Bond emergenti a rischio default
Dopo la fuga degli investitori causata da coronavirus e guerra del petrolio, alcune valutazioni appaiono molto allettanti. Ma ci sono parecchi rischi. L’analisi di Raiffeisen Capital Management
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I mercati del reddito fisso continuano e continueranno a essere volatili, ma la crisi finanziaria del 2008 ci ha insegnato che, passato il caos, torneranno a stabilizzarsi e proseguiranno il loro trend. È l’analisi di Ariel Bezalel e Harry Richards, rispettivamente head of strategy fixed income e gestore fixed income e responsabili del fondo Jupiter Dynamic Bond di Jupiter Am, secondo cui una caratteristica chiave di questo sell-off è stata la vendita forzata da parte di investitori che hanno dovuto cedere gli asset più liquidi per raccogliere cassa.
“Abbiamo assistito a un sell-off che ha avuto un impatto indiscriminato su titoli ‘rifugio’, che fossero governativi, investment grade o high yield- spiegano -. Ciò ha colpito duramente i Treasury statunitensi. Tuttavia, non si è trattato di uno sviluppo del tutto scioccante, un’azione simile sui prezzi è stata vista durante la crisi finanziaria globale quando si è rivelata essere solo temporanea. Una volta che i flussi caotici rallentarono, i fondamentali furono riaffermati e i rendimenti dei Treasury calarono. Ora assistiamo di nuovo a questa dinamica, con i Treasury che mostrano segni di stabilizzazione dopo la ‘fase di liquidazione’”.
Bezalel e Richards prevedono dunque che gli asset rifugio come i titoli di Stato continueranno a stabilizzarsi a tempo debito e a proseguire il loro trend di relativa sovraperformance, ma avvertono che in generale gli investitori dovrebbero essere pronti a una maggiore volatilità. “Nel segmento delle obbligazioni societarie – mettono in guardia -, molte aziende saranno influenzate negativamente dalle misure di contenimento del virus adottate e il rischio di downgrade aumenterà man mano che un numero crescente di società sarà colpito dal rallentamento economico, in allargamento. Per questo motivo il sell-off sui mercati del credito è stato finora grave quanto quello dei titoli azionari”.
In risposta alla crisi, sono stati annunciati numerosi programmi di stimolo monetario e fiscale in tutto il mondo, dalla Bank of England alla Reserve Bank of Australia passando per la Bce. Ma le mosse più significative sono arrivate dagli Stati Uniti, dove il governo ha annunciato un pacchetto di stimolo fiscale da 2.000 miliardi di dollari e la Federal Reserve ha deciso per l’acquisto di una quantità illimitata di titoli del Tesoro statunitense e ha impegnato 300 miliardi di dollari per l’acquisto di obbligazioni societarie investment grade e titoli garantiti da asset. Una mossa, come sottolineano gli esperti, senza precedenti e inaspettata che ha avuto un impatto positivo sui mercati.
“La differenza fondamentale nella risposta politica attuale rispetto alla crisi finanziaria globale è l’aggiunta di misure fiscali aggressive che vengono gradualmente svelate insieme agli stimoli monetari a livello globale – fanno notare Bezalel e Richards -. Tutto sommato, c’è una quantità colossale di liquidità che viene immessa nell’economia globale. Le banche centrali segnalano di temere l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato. È anche incoraggiante vedere che i governi e le banche centrali hanno imparato la lezione del 2008 e faranno tutto il necessario per garantire il pieno funzionamento del sistema bancario”.
Tutto ciò, a detta degli esperti, è in definitiva positivo sia per i titoli di Stato che per i mercati del credito corporate, anche se è opportuno ribadire che rimarranno volatili. E con il perdurare della volatilità, non è improbabile che si possa assistere all’intervento della Fed per l’acquisto di azioni, come sta facendo da tempo la Bank of Japan. “Siamo da molto convinti che i mercati sviluppati alla fine seguiranno il percorso economico tracciato dal Giappone”, affermano.
Anche sui mercati dei cambi si è assistito a movimenti drastici, con un notevole rafforzamento del dollaro Usa che ha sovraperformato tutte le principali valute. “In qualità di valuta di riserva mondiale, riteniamo che stiamo entrando in un periodo in cui il dollaro Usa sarà il re, spinto in parte dalla carenza di dollari nei mercati offshore. Ciò causerà probabilmente un notevole danno all’economia globale, soprattutto nei mercati emergenti, dove il debito denominato in dollari è stimato intorno ai 12.000 miliardi in aggregato: semplicemente non ci sono abbastanza dollari che vadano al mondo esterno in questo momento critico”, proseguono gli esperti secondo cui diverse economie del Medio Oriente, in particolare l’Oman, sono destinate a soffrire a causa del forte calo del prezzo del petrolio, poiché esso riduce i ricavi in dollari della regione, il che potrebbe a sua volta minacciare l’ancoraggio valutario in dollaro statunitense.
Per questo Bezalel e Richards stanno cercando attentamente segnali che il mercato abbia prezzato l’impatto peggiore del coronavirus, cosa che non accadrà probabilmente fino a quando i livelli di infezione non raggiungeranno il picco in Europa e negli Stati Uniti. Quel giorno sembra ancora molto lontano. “Per usare la Cina come esempio – concludono -, ci è voluto circa un mese per raggiungere il picco di infezioni, ma ciò è avvenuto con misure di blocco molto più severe di quanto non sia probabile che avvenga in Occidente. Una nota positiva è che l’attività economica in Cina ha appena iniziato a riprendersi, il che è un segnale incoraggiante come principale motore della crescita globale. Detto questo, ci aspettiamo una lenta ripresa economica quando arriverà, non un rimbalzo a V”.
