Emergenti, il Covid fa volare l’e-commerce
Anche nei Paesi in via di sviluppo i lockdown hanno favorito la digitalizzazione. E per Carter (Emqq), dall’America Latina all’Asia le potenzialità sono enormi
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Il rischio di una seconda ondata di contagi, le preoccupazioni globali scatenate dalla pandemia per l’eccessiva dipendenza dal manifatturiero cinese e la conseguente spinta alla localizzazione, gli interventi delle banche centrali e quelli dei vari governi sono tutti fattori che in questo periodo gettano più di un’ombra sui mercati emergenti (ME nel testo, ndr). Ma a spaventare gli investitori, finora piuttosto ottimisti sulle capacità di ripresa della regione, è soprattutto il riacutizzarsi delle tensioni tra Washington e Pechino.
A maggio i titoli azionari emergenti hanno consolidato il progresso sulla scia degli omologhi dei mercati sviluppati, con gli investitori che hanno accolto con favore il graduale allentamento dei lockdown e un maggiore stimolo economico a livello globale. “Il riaccendersi delle tensioni commerciali fra Stati Uniti e Cina ha tuttavia frenato l’ottimismo – fanno notare gli esperti del team Emerging Markets Equity di Franklin Templeton -. Le valute dei ME si sono generalmente rafforzate rispetto al dollaro statunitense. I prezzi del petrolio sono risaliti grazie ai tagli dell’offerta e alle speranze di un miglioramento della domanda alla ripartenza delle economie. A maggio l’indice Msci Emerging Markets ha guadagnato lo 0,8%, mentre l’indice Msci World ha reso il 4,9%, sempre in dollari statunitensi”.
Questo non vuol dire che manchino le occasioni. Come precisano gli esperti di Franklin Templeton, per le società sono attese revisioni negative degli utili in tutti i Paesi e settori nel 2020 e le valutazioni appaiono ancora più interessanti visto l’ulteriore sconto del multiplo prezzo-utili rispetto ai mercati sviluppati, dal 25% di fine dicembre 2019 al 35% di fine maggio scorso. “Anche se ci aspettiamo volatilità nelle previsioni sugli utili dei prossimi mesi, riteniamo che la nostra enfasi sulla capacità di generare utili sostenibili nel lungo termine dovrebbe aiutarci a superare questo periodo”, assicurano.

Vede rosa sulle aziende della regione anche Ross Teverson, head of strategy Emerging Markets di Jupiter Am, secondo cui per gli investitori equity income dei mercati sviluppati, colpiti da tagli e sospensioni dei dividendi, gli emergenti potrebbero rappresentare una soluzione. Dai giganti della tecnologia in Corea alle più importanti aziende petrolifere in Russia, tutta una serie di aziende si sta infatti impegnando a corrispondere una quota maggiore di profitti agli azionisti. “Anche alcune delle aziende statali in Cina hanno aumentato i loro utili agli azionisti, stimolati da una graduale riforma della governance. Questo è molto positivo per le azioni dei mercati emergenti”, afferma l’esperto.
Certo, non tutte le società con un rendimento interessante rappresentano un’opportunità d’investimento, ma per Teverson i mercati emergenti vantano oggi un’ampia gamma di imprese che, grazie ai bassi livelli di valutazione, offrono agli investitori un interessante rendimento da dividendi e numerose prospettive di crescita del reddito e del capitale nel tempo. “Questa asset class comprende anche alcuni dei principali pagatori di dividendi a livello globale, il che, insieme al margine di crescita e ai bassi livelli di valutazione, suggerisce che le opportunità di reddito in questo angolo poco amato dei mercati dei capitali sono molto sottovalutate e trascurate”, chiarisce.

Quanto all’obbligazionario, Anthony Kettle, senior portfolio manager emerging markets di BlueBay Asset Management, fa notare che i mercati in valuta locale hanno sottoperformato, ritracciando parte del rally che li ha interessati di recente, con i mercati del forex che si sono indeboliti in linea con un contesto di minore propensione al rischio nei mercati. “Il credito in valuta forte ha performato meglio, grazie al rally di 20 punti base (pb) nei Treasury Usa: in questo ambito i rendimenti totali sono saliti di 50 pb circa, anche se gli spread si sono ampliati di 10-20 pb, complice la sottoperformance dell’high yield”, evidenzia.
Centrale, a detta del portfolio manager, resta ciò che faranno le banche centrali, Fed in primis. “Con i mercati del Forex non più convenienti come un tempo, i guadagni in questo segmento dipenderanno più dalla debolezza del dollaro e dall’emergere di sopravvalutazioni a livello strutturale – sviluppi difficili da prevedere in questa fase. Di conseguenza – conclude- restiamo dell’idea che il credito emergente in valuta forte e i mercati emergenti locali rappresentino il modo preferibile ora per andare lunghi sul rischio nell’obbligazionario emergente, mentre sul forex pensiamo sia meglio investire tramite trade di relative value piuttosto che adottare un forte bias direzionale”.
Ma non ci sono solo le politiche monetarie ad attirare l’attenzione degli investitori. Patrick Zweifel, chief economist di Pictet Am, pone infatti l’attenzione sull’aspetto fiscale, analizzando in particolare la situazione di India, Indonesia, Malaysia, Brasile, Messico, Colombia, Turchia e Sudafrica. “A parte il Brasile – spiega -, il deterioramento fiscale dovrebbe essere molto inferiore nei mercati emergenti rispetto alle economie avanzate. Lo stimolo fiscale diretto mediano nei mercati emergenti è dell’1,6% del Pil, confrontato con il 4,2% delle economie avanzate. Inoltre, i mercati emergenti sono di norma molto più cauti nel fornire prestiti garantiti al settore privato rispetto ai mercati sviluppati”.
Certo, ammette l’esperto, il rischio è che pacchetti fiscali più piccoli siano inefficaci e in ultimo conducano a costi maggiori per l’economia in generale, ma solo tre di questi Paesi appaiono vulnerabili: “Nel complesso, il Brasile ha le esigenze di finanziamento maggiori, mentre la Turchia è il più esposto agli investitori esteri. Il Sudafrica, tuttavia, pare il più vulnerabile, in quanto ha un deficit cospicuo da finanziare e una porzione rilevante del suo debito in mani estere”, puntualizza.
In generale, le riposte politiche alla pandemia nei mercati emergenti sono e devono essere molto diverse rispetto al resto del mondo, secondo Amlan Roy, responsabile della ricerca macroeconomica globale per State Street Global Advisors. “Mentre i fattori socioeconomici e demografici stanno influenzando il tasso di mortalità e la curva dei contagi da Covid-19 negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in altre economie sviluppate, si può notare che questi fattori sono molto diversi nei mercati emergenti e, più nello specifico, nei centri finanziari e nei mercati del lavoro di questi paesi- fa notare -. Di conseguenza, le risposte in tema di politica fiscale e monetaria messe in atto nei paesi emergenti devono differenziarsi e tenere in considerazione una serie di fattori, come il Pil pro-capite, le disuguaglianze, i tassi di povertà, la densità della popolazione, l’accesso alle cure mediche, ecc., tutti fattori che influenzeranno la redditività e la solvibilità delle banche e delle piccole e medie imprese”.
