Hard Brexit, le Pmi scommettono sull’invoice trading
Tarroni (Workinvoice): “Più le imprese ricorrono a questa strategia di finanziamento più mostrano fiducia nell’economia e, di conseguenza, investono e contribuiscono al suo sviluppo”
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La seconda parte dell’anno sarà caratterizzata da un livello di incertezza altissimo e di conseguenza, da mercati volatili. Gli investitori da una parte fuggono dai risky asset e dall’altra vanno a caccia di rendimento. Queste due esigenze opposte trovano la loro sintesi negli investimenti alternativi, come i crediti commerciali. “Le fatture, non dipendono dall’andamento degli indici di Borsa, dai cambi valutari, dalle decisioni di politica monetaria delle banche centrali. Si tratta di strumenti che riflettono l’andamento dell’economia reale – spiega Alberico Potenza, direttore generale di Groupama Am Sgr – Se un settore produttivo è in salute, se la filiera produttiva considerata è efficiente, allora i crediti commerciali diventano una opportunità di investimento interessante, sia sotto il profilo rischio-rendimento sia per la diversificazione del portafoglio”.
Tuttavia, investire in un’asset class come questa non è necessariamente semplice: perché spesso non è immediatamente accessibile come strumento di investimento. Eppure il potenziale è enorme: secondo il Politecnico di Milano, si tratta di oltre 500 miliardi di crediti commerciali che solo per il 28% sono gestiti attraverso le soluzioni tradizionali del castelletto bancario o del factoring. Il resto è fermo e ingessa il circolante delle imprese. Qualcosa però sta cambiando. “Dalla nostra esperienza – aggiunge Potenza – abbiamo notato inizialmente una forte consuetudine degli imprenditori a rivolgersi alla banca locale. Negli ultimi tre-quattro anni vi è una maggiore consapevolezza sui nuovi strumenti di finanziamento, ovvero soluzioni complementari al credito bancario. Uno dei principali problemi delle Pmi italiane è che tendono a finanziare il capitale circolante con soluzioni di finanziamento a lungo termine. Questo non è efficiente da un punto di vista della gestione della tesoreria. Con soluzioni di factoring evoluto, come i fondi di credito, si rendono disponibili a un maggior numero di operatori quegli strumenti di finanziamento che sono più adatti ai fabbisogni di breve”.
La Supply Chain Finance comprende una serie di soluzioni finanziarie per la filiera produttiva, come il direct lending e fondi di credito, che portano benefici per tutti gli attori coinvolti, perché agevolano l’accesso al credito e, in alcuni casi, ne riducono il costo. “Oggi ci sono diverse modalità per investire in crediti commerciali – continua Potenza – Grazie al fintech sono nate numerose piattaforme di peer to peer lending e di sconto fattura, aperte anche ai piccoli investitori. La nostra offerta comprende anche un fondo chiuso che investe in crediti commerciali senza ricorrere alla cartolarizzazione. Nel caso del Supply Chain Fund, l’investimento minimo richiesto è di 500mila euro, ma abbiamo visto che tutti i nostri interlocutori, principalmente istituzionali, hanno preferito sottoscrivere quote più importanti”.
Il profilo di investimento del fondo è assimilabile a un prodotto monetario, con un rischio misuratamente più elevato e di conseguenza un rendimento più alto. La duration media del portafoglio sottostante è di circa 70 giorni. “Il debitore finale è la grande azienda, che effettua il pagamento della fattura direttamente al Fondo – argomenta Potenza – Il Supply Chain Fund riduce quindi il fabbisogno finanziario complessivo della filiera produttiva grazie a una gestione collaborativa finalizzata alla riduzione del capitale circolante dei fornitori. Il fondo – conclude – utilizza principalmente tre tipi di contratti: direct factoring, reverse factoring e reverse factoring maturity. Questi ultimi due trasferiscono il rating delle grandi aziende ai propri fornitori strategici, mitigando il rischio per gli investitori. Più in particolare tutte le fatture vengono acquisite in modalità revolving per almeno 12-18 mesi, a eccezione di variate condizioni del merito creditizio del debitore e del corretto pagamento a scadenza delle fatture anticipate. In genere viene accordato un plafond compreso tra i 0,5 e i 10 milioni di euro”.
Le opportunità sul mercato sono diverse, per quanto ancora di nicchia. “I crediti commerciali come asset class oggi rimangono un’opportunità molto limitata perché occorre la gestione di strutture professionali qualificate – fa notare Gianluca Garbi, amministratore delegato di Banca Sistema – Nonostante in questa fase economica di incertezza le banche siano particolarmente liquide, le aziende, in particolare le medio piccole, hanno molta difficolta a incassare e ad accedere al credito: un’opportunità è rappresentata dal ricorso al factoring. Questo strumento permette di anticipare i flussi di pagamento delle forniture attesi dai clienti delle aziende e di rendere certo l’incerto, soprattutto se si sceglie la soluzione pro-soluto (il cedente non risponde dell’eventuale inadempienza del debitore, ndr). Con il factoring si ottengono due risultati: rendere liquido un asset e facilitare l’accesso al credito da parte delle aziende”.
Nonostante questi potenziali vantaggi, la realtà italiana è ancora molto indietro e le piccole imprese rimangono spesso soggetti difficilmente finanziabili. “Uno degli elementi centrali che frena lo smobilizzo dei crediti è la revocatoria fallimentare – prosegue Garbi – In Francia le cessioni di credito pro-soluto non sono soggette a revocatoria; in Italia anche quando una Pmi cede il credito verso una grande azienda c’è il potenziale rischio per la banca che la cessione possa essere revocata entro sei mesi. Esiste una dottrina che giustamente ritiene che le cessioni pro-soluto non siano revocabili in caso di fallimento dell’impresa cedente, come avviene in Francia, ma rimane l’incertezza, come spesso accade nel nostro Paese, e pertanto rimane il rischio. Se questo rischio venisse rimosso in modo definitivo, le Pmi potrebbero cedere i crediti in pro-soluto beneficiando del merito di credito del debitore e quindi di tassi più contenuti e di una liquidità quasi illimitata. Chiarire questo tema sarebbe di grande impulso per la liquidità alle Pmi”, conclude
