Pac per non cedere all’emotività (anche in tempi di Covid-19)
Paschetta, country manager di Pictet AM: "Con i versamenti periodici si evitano market timing e scelte emozionali che portano al panic selling (e a perdite certe)"
4 min

Con la crisi dei mercati finanziari vissuta a cavallo dell’emergenza pandemica Covid19 torna di moda l’argomento della tolleranza al rischio degli investitori individuali.
“Questo perché variazioni repentine della propensione a rischiare di un individuo/investitore possono condurre a modifiche radicali dell’asset allocation, con effetti negativi sulla redditività dei portafogli”, sostiene Simone Rossi, ricercatore e docente di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università Cattolica, sede di Piacenza.

Sono le conclusioni del suo ultimo lavoro di ricerca dal titolo “Run for the hills: Italian investors’ risk appetite before and during the financial crisis”, un paper di finanza comportamentale elaborato a quattro mani con Andrea Lippi, ricercatore e docente di Economia degli Intermediari Finanziari presso la sede di Piacenza dell’Università Cattolica, che troverà spazio fra le prossime pubblicazioni scientifiche del International Journal of Bank Marketing (IJBM). Il lavoro prende le mosse dal database sui sottoscrittori di fondi comuni italiani in forza all’ufficio studi di Assogestioni.
Perché una variazione fuori controllo della tolleranza al rischio può condurre a scelte dannose per il proprio portafoglio? Le conclusioni del paper redatto dai due ricercatori sono univoche: “aumento dei costi di transazione, insoddisfazione del cliente, interruzione di processi di accumulazione della ricchezza e potenziali criticità per il settore dell’offerta”.
“La tolleranza al rischio (‘risk tolerance’) è un complesso concetto psicologico largamente esplorato in letteratura e ha un ruolo fondamentale nell’orientare il processo decisionale degli individuI”, spiega Rossi nel corso di una Commissione tecnica virtualmente ospitata da Assogestioni (“Dal rapporto dei sottoscrittori alla propensione al rischio: il ruolo delle variabili sociodemografiche”) in occasione della presentazione dell’aggiornamento al 2019 del Quaderno di ricerca “I sottoscrittori dei fondi comuni italiani”.
Secondo il lavoro di Rossi e Lippi i fattori in grado di influenzare la tolleranza al rischio degli individui ci sono: fattori demografici, status socio-economico ed elementi di natura familiare (ad esempio l’essere sposati o meno, avere dei figli eccetera).
La ricerca coinvolge il periodo che va dal 2003 al 2017, scomponendolo a sua volta nel sotto-periodo 2003-2008 (pre-crisi) e 2009-2017 (post crisi). Le evidenze empiriche che emergono adattando i fattori considerati al database di sottoscrittori fornito da Assogestioni ci dicono che dopo la crisi finanziaria del 2009 si riduce la componente di prodotti finanziari ad alto rischio nei portafogli degli investitori.
In termini di prodotti, la ricomposizione dei portafogli che ha interessato i risparmiatori italiani negli anni successivi alla crisi 2008 ha privilegiato i flessibili e gli obbligazionari, mentre in termini di modalità di investimento si è fatta sempre più largo quella dei piani di accumulo del capitale (Pac).
In un lavoro parallelo di approfondimento, il professor Lippi studia il grado di ‘alfabetizzazione finanziaria’ (Finance literacy) del campione. I risultati non si discostano molto da quelli che tutti conosciamo e che vedono l’Italia essere fanalino di coda nelle classifiche che riguardano il grado di educazione finanziaria dei cittadini/risparmiatori/investitori.
“Il ruolo dei cf è fondamentale nell’ambito dell’educazione della clientela”, sostiene Lippi. “È normale che ciascuno di noi abbia una propria tolleranza al rischio e che questa possa cambiare nel corso della propria vita – spiega il professore – ma il fatto che un cf possa affiancare il cliente in ogni step della propria vita di intervenire con adeguata consulenza e formazione continua a mio avviso è fondamentale. Questo è quanto emerso dall’indagine su questo piccolo campione”.
