Paschetta, country manager di Pictet AM: “Con i versamenti periodici si evitano market timing e scelte emozionali che portano al panic selling (e a perdite certe)”
Paolo Paschetta, Country Head Italia di Pictet Asset Management
Non è un mistero che sui mercati il Covid-19 abbia generato una volatilità estrema. Ma da cosa dipende questa volatilità? Sostanzialmente dal panic selling, che tipicamente in fasi di crollo induce gli investitori a fuggire, incassando una perdita certa nell’illusorio e maldestro tentativo di contenerla. La fuga è la risposta al più comune tra i bias cognitivi della finanza comportamentale, ovvero l’avversione alla perdita: la motivazione a evitare una perdita è due volte più potente della motivazione a realizzare un guadagno.
Questo bias cognitivo impedisce, da un lato, di vedere gli attuali ribassi come opportunità di ingresso e, dall’altro, fa scappare quelli che sono già investiti, di fatto escludendoli dai potenziali rialzi successivi (molto probabili) e, dunque, da occasioni di guadagno anche importanti.
Come se ne esce? Con i piani di accumulo del capitale, che, grazie alla previsione di versamenti fissi a intervalli periodici, svincolano dal market timing e depurano le scelte d’investimento da qualsiasi influenza emotiva. Ne abbiamo parlato con Paolo Paschetta, Country Head Italia di Pictet Asset Management.
Ma partiamo dal contesto. La crisi che abbiamo iniziato ad attraversare è senza precedenti nell’era contemporanea perché ha un’origine sanitaria inedita e perché assumerà dimensioni tali che per trovare qualcosa di simile si deve scavare fino alla Grande Depressione del 1929. “Al momento i mercati stanno scontando un impatto del -3,5% sul Pil globale per il 2020, coerente con la previsione del Fmi (che si attesta al -3%: in confronto nel post Lehman l’economia aveva ceduto appena lo 0,1%, ndr). Le attese sono inoltre di un calo degli utili aziendali prossimo al 30%. In un contesto come quello descritto il panic selling è purtroppo la norma”, dice Paschetta.
Un panico che può costare caro. Un’analisi della rivista Advisors Perspective calcola, per esempio, che oltre il 70% delle perdite accumulate dagli investitori dell’S&P 500 negli ultimi 35 anni dipendano da dieci periodi di crolli molto brevi (limitati a un mese) recuperati nell’85% dei casi in tre mesi e nel 93% entro un anno.
La società di wealth management Usa Ifa rileva che alla Sars, esplosa nell’aprile del 2003, l’indice S&P 500 ha risposto, in sei mesi, con una performance del 15,53% (e del 22,66% in un anno); l’influenza suina dell’aprile 2009 ha visto il mercato salire del 20% in sei mesi e di quasi il 39% in un anno. Se un anno dopo l’11 settembre 2001 l’investitore in S&P 500 registrava una perdita del 20%, a tre anni realizzava un rendimento annualizzato del 4% circa e a 5 anni di quasi il 7%. Lo stesso si può dire per il periodo successivo al fallimento di Lehman: anche in questo caso il risultato a un anno era negativo per il 6,6%, ma quello annualizzato dopo cinque anni, superiore al 10%.
E c’è un altro tema da valutare. “Il market timing non funziona – sostiene Paschetta – anche in questo caso è una ricerca di marzo 2020 a spiegare perché. La società di ricerca indipendente Dalbar nello studio ‘Quantitative Analysis of Investor Behavior‘ rileva che un investitore azionario medio Usa ha perso, negli ultimi trent’anni, circa la metà del guadagno potenziale. A fronte di un rendimento annualizzato dell’S&P 500 del 9,96% Dalbar stima che in media l’investitore abbia incassato poco più del 5%. Questo accade perché i rendimenti sui mercati si fanno in pochi giorni e per la stragrande maggioranza degli investitori è davvero molto difficile intercettarli. Entrare e uscire dai mercati (ovvero fare market timing) aumenta dunque soltanto le probabilità di perdersi i giorni migliori: un investitore che avesse perso i due giorni migliori ogni anno, in un periodo di venti anni, sarebbe passato da un rendimento annualizzato positivo di oltre il 6% a uno negativo per quasi il 4%”.
Così, soprattutto in un contesto di elevata volatilità come quello attuale, la tempistica con cui si effettua un investimento può avere un impatto significativo sui risultati conseguiti, come ci insegna il passato. “Spalmare il proprio investimento nel tempo riduce il rischio di incappare in un punto di ingresso sfavorevole. A tal proposito, i benefici di un Pac rispetto a un investimento in un’unica soluzione (Pic) sono maggiori per i piani partiti durante fasi di correzione dei mercati. Ipotizzando, per esempio, un Pac partito il primo gennaio del 2008, alla vigilia del fallimento di Lehman Brothers, questo avrebbe permesso di limitare le perdite dovute al calo subito dai mercati nel corso dell’anno, senza rinunciare a beneficiare del successivo rimbalzo delle Borse”, spiega Paschetta.
La simulazione di Pictet Am è illuminante: un investitore che avesse investito nell’indice MSCI World, a partire dalla fine del 2007, una cifra di 4600 dollari avrebbe ottenuto due risultati molto diversi versando la somma in un’unica soluzione o scaglionandola. In dettaglio, se suddivisa in un investimento iniziale di mille dollari e 36 rate da 100 dollari l’una, il rendimento sarebbe risultato del 14,22%; l’investimento in un’unica soluzione avrebbe portato a una perdita del 12,62%. Anche simulando l’uscita a fine 2019, quando con entrambe le soluzioni si chiude in positivo, il Pac rende decisamente più del Pic: il capitale iniziale raggiunge nel primo caso un valore di 10.800 dollari e nel secondo poco meno di 8.300 dollari.
“I Pac consentono quindi di rendere più rigoroso l’approccio agli investimenti perché si basano su versamenti periodici, con un orizzonte temporale determinato. A intervalli regolari, l’investitore incrementa la cifra affidata in gestione, rimuovendo in tal modo il timing che, come abbiamo visto, è uno degli elementi più rischiosi e difficili da gestire”, sottolinea Paschetta.
“Ultimo, ma non meno importante, si tratta di strumenti estremamente flessibili e adattabili alle diverse esigenze di chi investe. Nati per i piccoli patrimoni, si adattano anche a investitori Hnwi (High net worth individual). Inoltre, da una parte sono ideali per aiutare i più giovani a costruire un patrimonio nel tempo, mettendo da parte anche piccoli importi mensili per un periodo di tempo prolungato (fino a 15 anni e oltre). E all’estremo opposto, oggi ancor più di prima, sono indicati anche per chi possiede ingente liquidità da investire, ma non si fida dell’andamento volatile dei mercati e predispone quindi piani magari di durata più corta (anche pochi mesi), ma per versamenti periodici più sostanziosi”.
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