Maspero (Bocconi): “Innovarsi per essere competitivi”
“L’attuale compressione dei margini nel mondo dell’asset mangement può essere affrontata o con un ulteriore processo di consolidamento o con una maggiore ingegnerizzazione dei prodotti”
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I meccanismi psicologici di capital preservation che hanno colpito gli investitori in seguito alla diffusione della pandemia da coronavirus non hanno riguardato solo i segmenti di clientela mass market e affluent, ma anche i clienti più facoltosi.
Tutto questo ha avuto una ricaduta sui modelli organizzativi delle banche private, che per adeguarsi hanno accelerato la trasformazione digitale, “sia da un punto di vista di canali di interazione con una sempre più ampia diffusione della videoconferenza, sia con riferimento ai processi di sottoscrizione della documentazione d’offerta che hanno visto un ampio ricorso alla firma digitale”, spiega a FocusRisparmio Filippo Casolari, vice direttore generale di Cassa Lombarda.
Il manager è il protagonista della rubrica “Il mercoledì della consulenza” di questa settimana che va a toccare svariati argomenti, dall’impatto sull’asset mix di prodotto nei portafogli della clientela private fino ai risvolti delle politiche monetarie sui mercati delle azioni e del credito. Ecco l’intervista integrale.
Il coronavirus ed il lockdown hanno reso più difficili e meno frequenti i contatti fisici con la clientela ed accelerato così la trasformazione digitale delle banche private, sia da un punto di vista di canali di interazione con una sempre più ampia diffusione della videoconferenza, sia con riferimento ai processi di sottoscrizione della documentazione d’offerta che hanno visto un ampio ricorso alla firma digitale.
L’impatto della congiuntura sul sentiment degli investitori ha in un primo momento innescato meccanismi di capital preservation, con preferenza per la liquidità e asset class difensive come l’oro o bond governativi di alta qualità, e poi stimolato un progressivo appetito per asset class rischiose, sia in ottica “value” a “caccia di occasioni” sia con un approccio settoriale/tematico estremamente selettivo su nicchie di mercato meno impattate o addirittura favorite dalla pandemia, sfruttando la disponibilità di una gamma di offerta arricchitasi velocemente di fondi ed Etf focalizzati sull’e-commerce, l’entertainment digitale, la cybersecurity da un lato, e l’health care e il biotech dall’altro. Per far fronte ad una aumentata volatilità dei mercati e non farsi influenzare dall’emotività di breve, la clientela sta facendo un sempre maggior ricorso ai piani di accumulo.
A partire dal secondo trimestre la Mappa del Risparmio Gestito di Assogestioni mette in evidenza due fenomeni: da un lato la ripresa della raccolta totale (soprattutto gestioni collettive), con l’inversione del segno negativo del primo trimestre, e dall’altro un marcato ritorno di interesse verso gli investimenti azionari. A fronte di rendimenti obbligazionari particolarmente depressi o negativi, vi è una crescente consapevolezza da parte della clientela della necessità di adottare visioni più di lungo termine che implichino un incremento dell’esposizione azionaria nei portafogli. “T.I.N.A. – There Is No Alternative”, si sta affermando come mantra nell’orientamento delle preferenze verso l’azionario e in generale i risky assets in materia di asset allocation. In questo contesto il ruolo del private banker e della consulenza assumono un’importanza di particolare rilievo per la definizione di portafogli che mantengano un adeguato livello di diversificazione e per evitare scelte non coerenti con il profilo di rischio e l’orizzonte temporale di ciascun cliente, proponendo al contempo soluzioni di investimento basate su fattori di rischio alternativi e complementari a quelli tradizionali. Congiunture disruptive come quelle che stiamo attraversando richiedono competenza e professionalità per cogliere al meglio le opportunità che si presentano mitigando i rischi di concentrazione che tipicamente emergono seguendo un approccio non organico di gestione del portafoglio nel suo complesso.
Concordiamo assolutamente con le conclusioni dello studio di Credit Suisse: ci sono evidenze oggettive incontrovertibili del cosiddetto “family alpha factor”, in tutti i settori e in tutte le regioni. Le ragioni sottostanti sono legate ad una maggiore redditività, ad un maggior tasso di crescita dei ricavi e in generale ad un più pronunciato orientamento al lungo periodo, come si desume anche dall’importanza degli investimenti per ricerca & sviluppo; infine, lo studio mette in luce un minor ricorso all’indebitamento e un maggior utilizzo di fondi propri.
La sostenibilità di lungo periodo che caratterizza i modelli di business delle imprese familiari si manifesta anche sotto forma di maggior resilienza in congiunture di crisi come la pandemia da Covid19. Da un punto di vista di wealth management il ricorso a investimenti in imprese familiari, sempre in un’ottica di diversificazione, è utile per migliorare il profilo di rendimento aggiustato per il rischio, sia nel caso di investimenti in aziende quotate che in imprese non quotate anche tramite veicoli innovativi come l’Eltif, con una particolare attenzione ad un tessuto imprenditoriale ricco di iniziative familiari come quello italiano.
Al termine di un processo di review la Fed ha modificato i suoi mandati e ne ha dato comunicazione all’ultimo meeting. Oggetto degli obiettivi restano occupazione e inflazione ma inquadrati in prospettive mutate. Per quanto riguarda il perseguimento della massima occupazione l’ambito di azione obiettivo della politica monetaria è diventato asimmetrico. In precedenza, la Fed doveva raffreddare i surriscaldamenti del ciclo con rialzi dei tassi quando la disoccupazione scendeva sotto il Nairu e viceversa stimolare la crescita con ribassi dei tassi quando l’economia non andava verso la piena occupazione. Ora non si prevedono più interventi di raffreddamento ma solo stimoli nelle fasi di debolezza ciclica. Per quanto riguarda l’inflazione invece la Fed è passata da un obiettivo puntuale del 2% ad un obiettivo medio del 2% (AIT) che implica dopo un periodo di bassa inflazione una fase di tolleranza da parte della Fed di inflazione anche superiore al 2% (negli ultimi 9 anni l’inflazione è stata maggiore o uguale al 2% solo in 10 mesi). La review ha perciò delineato un’impostazione ancora più dovish della Fed, che non alzerà i tassi finché non ci sarà piena occupazione con inflazione superiore al 2% per un certo periodo.
La nuova impostazione della Fed sicuramente sarà oggetto di studio in ambito Bce che, dal canto suo, ha già in corso un simile processo di review del suo mandato. A prescindere da questo processo e da quello che determinerà, già Draghi in diversi interventi pubblici aveva accennato ad una interpretazione dell’attuale obiettivo della Bce come ad un risultato medio di periodo, anticipando in un certo senso l’output americano. Impostazioni ancora più accomodanti delle politiche monetarie sono di supporto ai mercati finanziari, e in particolare per gli asset rischiosi, andando ad aumentare la repressione finanziaria, seppure con un impatto marginale calante e il crescente rischio che le autorità si trovino senza “munizioni” per affrontare nuove fasi di crisi.
Da un punto di vista gestionale, la mossa della Fed non è stata di per sé un trigger di incremento sostanziale dell’esposizione al mercato azionario e del credito, ma ha contribuito a consolidare un quadro di aspettative di cauto ottimismo e di progressivo incremento dei rischi.
Formalmente il cambio non è un obiettivo della Bce come ricordato spesso negli anni da tutti i governatori che si sono succeduti e nelle proiezioni economiche aggiornate trimestralmente dallo staff viene sempre preso a valori di mercato. Tuttavia, è evidente che il cambio impatta sull’economia, soprattutto in un’area aperta all’interscambio commerciale come l’Eurozona. E il suo impatto non dipende tanto e solo dal livello assoluto ma anche e soprattutto dai suoi cambiamenti e ancora di più dalla velocità di tali cambiamenti, perché sono questi elementi che spiazzano gli operatori economici e alterano gli ambiti competitivi influendo tanto, seppure indirettamente, sull’occupazione (che per la Bce, a differenza della Fed, non è un obiettivo dichiarato, anche se resta logico aspettarsi che sia perseguito) e sull’inflazione (che è formalmente l’unico obiettivo della politica monetaria della Bce). Dall’ultimo meeting della Bce è emersa per la prima volta l’ammissione da parte della Lagarde che la Bce “guarda” il cambio nel fare le sue valutazioni e nel prendere le sue decisioni, anche se smorzata dalla negazione di interventi mirati e dalla precisazione che i livelli che aveva velocemente raggiunto (eur/usd prossimo a 1,20) non preoccupavano ancora. Sulla stessa lunghezza d’onda è stato anche il wording dell’ultimo periodo di diversi esponenti del board della Bce. Quindi sicuramente oggi più di ieri, data la debole situazione corrente per quanto riguarda la crescita e ancora di più l’inflazione, le oscillazioni del cambio influenzeranno le scelte della Bce, che non tollererà inerme eventuali rapidi ed eccessivi ulteriori apprezzamenti della valuta unica.
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