‘20 di guerra: le due regole per proteggersi
Secondo De Palma (Gam Sgr), greggio, metalli preziosi e obbligazioni indicizzate all’inflazione possono costituire una buona copertura. Merito di due caratteristiche fondamentali
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Con 62 miliardi si possono comprare tutte le principali banche italiane. Il crollo verticale di Piazza Affari seguito all’emergenza Covid19 ha reso gli istituti di credito tricolori ancora più convenienti per chi dovesse godere di sufficienti risorse che trattano in media intorno alla metà del loro patrimonio netto. Risiko in vista? Tolti i due colossi del credito made in Italy, Intesa Sanpaolo (che capitalizza 31 miliardi circa) e Unicredit (che capitalizza 20 miliardi), con 11 miliardi si possono mettere le mani su tutti buona parte dei principali istituti di credito quotati a Piazza Affari: Banca Mps capitalizza 1,4 miliardi, Banco Bpm 2 miliardi, Pop. Sondrio 711 milioni, Banco Desio 334 milioni, Creval 313 milioni, Bper 1,4 miliardi, Credem 1,3 miliardi e Ubi 3,2 miliardi.
È questo lo scenario in cui il lancio a metà febbraio dell’offerta pubblica di scambio (Ops) di Intesa Sanpaolo su Ubi ha fatto ufficialmente ripartire il risiko. D’altro canto, sono le stesse autorità bancarie europee ad avere, in più occasioni, spinto verso un consolidamento del settore che metta al sicuro profittabilità e patrimonializzazione. “Rimane un problema di capacità in eccesso che ostacola la ripresa della redditività”, ha dichiarato in una intervista Andrea Enria, presidente della vigilanza della Bce, dopo aver rilevato che “la redditività delle banche europee rimane bassa, in media al di sotto del costo del capitale, e le valutazioni di mercato sono al di sotto dei valori contabili”. Per questo lo stesso Andrea Enria aveva osservato che “un processo di consolidamento sarebbe utile”. Solo così si potranno delineare operatori in grado di affrontare il confronto con i colossi americani e cinesi.
Il lancio dell’Ops di Intesa Sanpaolo che, almeno per ora, è ritenuta ostile dagli azionisti di riferimento Ubi, per Jeffries potrebbe rappresentare un elemento catalizzatore su altri mercati europei caratterizzati dalla presenza di numerose realtà del credito come la Spagna. Nel frattempo, per quanto riguarda Piazza Affari, Unicredit e Banco Bpm si sono subito tirate fuori dalla possibile ondata di risiko in vista. Jean Pierre Mustier, ad di Piazza Gar Aulenti, in una lettera inviata ai dipendenti, ha chiarito: “riconfermo di non aver alcun interesse a fare operazioni di fusione e acquisizione e che non verremo coinvolti in alcuna transazione. Sulla stessa linea anche Giuseppe Castagna, ad di Banco Bpm che, per anni, è stata indicata come l’eterna fidanzata proprio di Ubi. “Andiamo avanti con un piano stand alone” ha chiarito il banchiere.
Ma proprio Banco Bpm è visto come la prossima tappa del processo di consolidamento in corso, tanto più che, come commentato da Equita, “l’offerta pubblica di scambio lanciata da Intesa conferma che l’aumento delle dimensioni è una condizione necessaria ma non sufficiente per generare economie di scala e remunerare la sempre maggiore dotazione di capitale richiesta al settore”. La stessa Citigroup, poco prima del lancio dell’Ops di Intesa Sanpaolo su Ubi suggeriva di puntare il faro sulle banche di media dimensione in vista dell’atteso consolidamento in questo istituti, che stanno affrontando “sfide sulla redditività, per via dei tassi più bassi e di crescenti ostacoli regolatori”. Anche per questo operazioni di M&A potrebbero rivelarsi “un’opzione per migliorare la redditività dall’attuale 5% circa di Rote (return on tangible equity) atteso per il 2022 al 7 per cento”. Tra queste banche in pole position figurava proprio Banco Bpm, seguita da Ubi (su cui appunto è stata lanciata l’Ops) e Bper che, qualora l’Ops di Intesa Sanpaolo dovesse andare a buon fine, sarà chiamata ad assorbire i 400-500 sportelli ceduti dalla Ca’ de Sass per poter portare a termine l’acquisizione del gruppo bergamasco. In campo rimangono quindi il Credem, i due gruppi Valtellinesi (Creval e Pop. Sondrio) e Banco di Desio per cui in via teorica il gruppo meneghino potrebbe proporsi come aggregatore.
E non manca chi guarda oltre frontiera, magari in Francia dove CreditAgricole o BnpParibas hanno già una presa salda sul BelPaese. Rimane poi il ’”evergreen” di Banca Mps: entro il 2021, secondo gli accordi presi con Bruxelles, il Governo dovrà cedere la partecipazione di controllo. Il segreto per comprendere in che direzione si muoveranno le banche ancora “single”? Citigroup suggerisce di monitorare tre fattori: i livelli di capitale al momento della fusione, gli obiettivi di Npl ratio e coverage e la redditività futura anche in vista della generazione generazione di sinergie”.
