(Quasi) tutti pazzi per i coronabond
L’emissione di eurobond per far fronte al disorientamento dei mercati è sulla bocca di tutti, ma i leader UE non trovano l’accordo. Il Mes potrebbe essere una soluzione, anche se non l’unica
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Ci vuole l’Europa per uscirne. Un’Europa che si mostri forte e cosa e ragioni da vera potenza mondiale. È in estrema sintesi il pensiero di Marco Fortis, docente di economia industriale all’ Università Cattolica di Milano e responsabile della Direzione Studi Economici di Edison. Il Coronavirus non è solo una enorme tragedia sanitaria ma avrà un impatto pesante sull’economia. Per l’Italia, le stime variano dal 6% di calo del Pil nel 2020 per Confindustria all’11,6% di Goldman Sachs, ovvero il doppio di quanto perso con la crisi dei mutui subprime nel 2009.
Ma non è un tema solo italiano: anche la Germania – come ha previsto lo stesso istituto di statistica nazionale l’Ifo – ha da perdere tra il 7% e il 20% nell’anno in corso.
«Parliamo di perdite per centinaia di miliardi di euro in un’economia cardine per l’Ue che era già stata fiaccata dalla crisi dell’auto tedesca e dalla Brexit, deve agire prontamente con i Coronabond per sostenere una domanda pubblica di investimento e una nuova strategia industriale e tecnologica che le consentano di non frazionarsi in soggetti territoriali condannati all’irrilevanza, rimanendo una potenzia mondiale», spiega Fortis a Focus Risparmio.
La differenza, tra Germania e Italia, ora, sta nei conti pubblici. Perché la Germania ha un debito Pil al 60% e può portarsi all’85% senza subire alcun contraccolpo, ma l’Italia, con il suo ratio al 137% è in difficoltà. «Anche in questo non siamo solo: la Francia con il deficit necessario per finanziare la ripresa arriva agevolmente sopra il 100%. Per l’Italia un crollo del Pil solo del 3 o 5%, che è una stima del tutto prudenziale, sommato alle manovre tampone si arriva a un ratio debito/Pil del 140-145%. La sospensione del Patto di stabilità che consente nel breve periodo all’Italia di sforarlo è del tutto inadeguata: perché questo comporta peggioramento dei rating e il maggior debito contratto rimane un problema interno. Bisogna invece attivare una massa di denaro importante per cercare di immaginare come affrontare le necessarie riconversioni industriali. La crisi è sistemica, planetaria: l’Europa deve farsene carico e in questo momento dovrebbe emettere bond o farli emettere dalla Bei o dal Mes libero da condizionamenti. Il problema è europeo: o l’Europa agisce unita o rischia grosso», avverte Fortis. Che parla di economia di guerra: una condizione in cui le regole draconiane dell’Ue sui conti pubblici andrebbero riviste. Ora, forse non sarà il Coronabond che chiede l’Italia e che la Commissione sembra già aver escluso, ma è necessario escludere anche meccanismi capestro per i Paesi più deboli.
«Gli effetti sulle diverse economie dipenderanno anche dal tipo di politica adottata: in Italia abbiamo puntato sulla salvaguardia della salute delle persone, la Germania non ha mai attuato un lockdown così rigido. Ci sono inoltre aziende che hanno ordini bloccati da due o tre mesi per la rottura della supply chain cinese. Poi, farà la differenza anche la scelta di quali settori effettivamente saranno bloccati e quanto a lungo e cosa sarà deciso in merito agli scambi commerciali all’interno del territorio dell’Unione».
Secondo Fortis i numeri di Cerved sono però abbastanza credibili: «Nello scenario di base che colloca la fine dell’emergenza a maggio, si ipotizza la perdita di 220 miliardi nel 2020 e 55 miliardi nel 2021. Lo scenario più pessimistico che protrae l’emergenza a fine anno vede andare in fumo 470 miliardi nel 2020 e 172 nel 2021. Credo che siamo a metà tra le due ipotesi: l’emergenza durerà sicuramente fino a maggio almeno in Italia ma Spagna, Francia, Germania e Regno Unito hanno preso coscienza della dirompenza dell’epidemia e si sono mossi in ritardo. Si tratta di un cambiamento epocale: nello scenario pessimistico del Cerved ci sono ricadute per tutti i settori: nell’ordine del 30% per i trasporti, del 15% per la moda, la casa i prodotti intermedi; i carburanti perdono quasi il 25%, e le costruzioni il 23%, per non dire del 73% degli alberghi. Il risultato è che nel 2021 rispetto al 2019 si registra ancora una perdita media superiore al 3%».
E, in assenza di cure efficaci o di un vaccino, non è improbabile che si viva in una sorta di sospensione permanente, per quanto più leggera di quella attuale. Con la domanda aggregata che segnerà livelli costantemente inferiori e un potere di acquisto in generale più basso. Se l’Europa non mostra la sua forza adesso, forse non ne avrà un’altra occasione.
