Chi soffre di più il rialzo dei tassi USA
Non sono solo gli investitori in fondi obbligazionari a dover temere le strette monetarie. Tutte le strategie a bassa volatilità possono essere penalizzate.
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Banche più forti con Donald Trump. Altro che spallata all’establishment, nel programma del 45esimo presidente che vuole rendere gli Usa “di nuovo grandi”, iniziano a prendere forma le azioni che potranno dare slancio alle banche, ma anche aumentarne i livelli di rischio come nel periodo pre-crisi del 2008. Trump ha firmato, come riportato dal Wall Street Journal nei giorni scorsi, due decreti tesi ad allentare le regole della riforma di Wall Street di Barack Obama che, secondo la Casa Bianca, pesano sulle banche. Un colpo di teatro destinato a finire in una bolla di sapone o un cambiamento reale? E quali saranno gli effetti su banche e mercati?
“Il presidente Trump ha iniziato a predisporre alcune direttive per rivedere la regolamentazione sul sistema finanziario americano – spiega Marco Piersimoni, senior portfolio manager di Pictet Asset Management – Il documento ufficiale lascia intravedere la direzione verso la quale ci si vuole muovere, ma nel concreto e nell’immediato l’impatto sarà principalmente interpretativo. Le norme della legge Dodd-Frank (l’intervento di Obama per promuovere una più stretta e completa regolazione della finanza incentivando una tutela dei consumatori e del sistema economico nazionale, ndr) saranno riviste in seguito. Per il momento, ci si orienterà verso una interpretazione più morbida, tramite una sorta di ‘moral suasion’, se non proprio di una ‘people suasion’, con sostituzione dei responsabili delle varie agenzie incaricate della regolamentazione finanziaria”.
Proprio quelle agenzie che avrebbero dovuto garantire la trasparenza ed evitare l’assunzione di rischio eccessivo da parte degli investitori con le bolle che ne conseguono. “Per i mercati in generale, ma soprattutto per le azioni dei finanziari americani in particolare, questa è una notizia interessante, in quanto può dare una spinta alla crescita degli utili in aggiunta a quella del taglio delle tasse – continua Piersimoni – Ma si intravede sullo sfondo l’inizio dello scontro con la Fed, cui è già stato chiesto di astenersi dal prendere accordi vincolanti per le banche Usa nelle sedi internazionali come Basilea. Questo è forse il primo passo verso il disegno di una nuova Fed, meno intraprendente e al limite meno autonoma”.
C’è anche chi, come Matteo Astolfi, country head di M&G Investments Italia, ritiene “prematuro tirare conclusioni sulle possibili conseguenze di un possibile intervento sul settore, che sarà comunque molto difficile da far approvare al Congresso. Tuttavia, crediamo che le banche americane abbiano bilanci molto più solidi di quelli delle banche europee, proprio grazie agli interventi decisi e mirati intrapresi dal regolatore americano”.
Una convinzione consolidata, quella dell’esperto. “Come abbiamo sostenuto lungo tutto il 2016 e come continuiamo a credere tuttora – continua Astolfi – il mercato non ha riconosciuto i progressi fatti sulla via del risanamento fino alla fine dell’estate quando il rialzo dei rendimenti e le migliori prospettive di crescita hanno spinto le valutazioni del settore. In quest’ottica, qualsiasi misura volta a ridurre la regolamentazione delle banche potrebbe favorire la loro profittabilità, ma anche spingerle ad assumere più rischi, come hanno fatto negli anni precedenti la crisi”.
Ultimo, ma non meno importante, questa mossa di Trump potrebbe creare un divario tra i sistemi Usa ed europeo. “In Europa crescono le preoccupazioni per l’entrata in vigore della Mifid 2 e le sue ripercussioni sulla consulenza – afferma Claudia Segre, Presidente Global Thinking Foundation – preoccupazioni che alimentano un dibattito sull’elevato costo che banche e istituzioni finanziarie devono sostenere per adattarsi alle nuove direttive comunitarie post fallimento Lehman. Dopo le ultime dichiarazioni di Trump il terreno comune di adeguatezza normativa tra Usa ed Europa viene accantonato definitivamente e si riapre un vuoto legislativo derivante da una nuova fase di liberalizzazione finanziaria a favore di corporate e banche americane”.
Non si tratta solo di contenere i paletti rigidi su trasparenza e Governance, ma nell’idea di Trump si vuole dare ampio mandato alle banche, ai fondi pensione e alle finanziarie per implementare le attività di trading proprietario, riducendo peraltro le salvaguardie dovute verso correntisti e investitori. “Il neo Presidente – continua Segre – intende quindi intervenire pesantemente sullo strapotere degli organismi di vigilanza e autorità di mercato che di fatto hanno ingessato molte delle attività finanziarie più speculative delle grandi banche. Questa nuova ondata di deregulation, unitamente alle misure per il rimpatrio di capitali, rafforzeranno le corporate americane nell’ambito dei negoziati internazionali e consentiranno di far riguadagnare competitività anche migliorando il rapporto sugli impieghi tra società e banche. D’altronde l’advisory panel di Trump è composto da 18 Big del settore industriale americano come GE, General Motors, Tesla, Disney unitamente alle principali banche d’affari, quindi la comunione d’intenti è ovvia: dalle intenzioni si arriverà velocemente ai fatti a scapito di corporate e banche europee”.
