Trump recupera su Biden. I possibili scenari
Si riduce il vantaggio del candidato dem. Capital Group vede quattro esiti possibili e una sola strategia vincente per gli investitori: mantenere una prospettiva a lungo termine
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In un recente giro di interviste a gestori di varie società sulla loro percezione sui rischi geopolitici in grado di impattare sui mercati, la risposta è stata pressoché unanime: l’incognita maggiore è rappresentata dal voto statunitense di novembre. Il primo rischio è quello che possa emergere un risultato non netto a favore di un candidato o dell’altro, che aprirebbe una fase di incertezza e instabilità che non farebbe bene ai mercati. Nel braccio di ferro tra Donald Trump e Joe Biden, da un diverso approccio deriverebbero politiche differenti, in grado di impattare in vario modo su mercati, asset class e investimenti in generale. Se con Trump si accende il pericolo di guerre commerciali a oltranza, non solo con la Cina – con conseguenze negative per il commercio globale e quindi per le economie – con Biden si tornerebbe a maggiori tasse e a politiche più orientate all’ambiente che nel breve termine potrebbero pesare su alcuni settori azionari.
Sul tema ha riflettuto con grande attenzione Elliot Hentov, head of Policy Research di State Street Global Advisors, che alle elezioni americane ha addirittura dedicato un’analisi a puntate, ognuna delle quali volta a valutare un impatto specifico del voto: il rischio di mercato in caso di risultato controverso; i rischi a livello di politiche domestiche e di impatto sull’asset allocation; l’impatto di mercato nel cambiamento della politica estera.
Innanzitutto, sul primo aspetto di un voto controverso, “da una prospettiva di mercato il risultato peggiore sarebbe quella di una sconfitta risicata per Trump che quest’ultimo si rifiuta di accettare, facendo precipitare il Paese in una crisi costituzionale ben peggiore della riconta del voto della Florida del 2000 (quando Al Gore perse contro George W. Bush, ndr)”, spiega Hentov. Questo devasterebbe la fiducia sui mercati, già messi a dura prova dalla pandemia.
Per quanto riguarda le diverse politiche dei due candidati, una vittoria Democratica, anche con un Senato con una leggera maggioranza Repubblicana, porterebbe a una maggiore spinta verso il welfare. Con maggiori tasse sugli utili societari e sul reddito (ma non sul lavoro) e un probabile impatto negativo sull’azionario, visto che gli utili ne risulterebbero penalizzati. Ma politiche come il salario minimo dovrebbero favorire i consumi e la spinta verso sostenibilità ed ecologia dovrebbe dare slancio all’innovazione, favorendo alcuni settori in particolare. Inoltre Biden dovrebbe promuovere anche le infrastrutture, e questo aumento della spesa pubblica potrebbe controbilanciare alcuni effetti del rialzo delle tasse.
“In sostanza, il mix di politiche Democratico potrebbe essere costruito come un ‘regime alpha’, al contrario del ‘regime beta’ che ha prevalso sotto l’amministrazione Trump. Il mercato evolverebbe producendo un più ampio set di vincenti e perdenti, dove la selezione diventa ancora più importante”. In un simile regime, continua, difficilmente le grandi capitalizzazioni avrebbero lo stesso successo avuto in anni più recenti.
In generale, con Biden arriverebbero maggiori tasse che deprimerebbero gli utili e quindi l’equity. Il venir meno della spinta a rimpatriare gli utili, come sotto Trump, penalizzerebbe anche dividendi e buyback, che sotto l’attuale amministrazione sono aumentati moltissimo.
A livello settoriale, i finanziari hanno prosperato sotto Trump grazie alla deregulation e alla nomina di policy maker con un occhio di riguardo per il settore, un quadro favorevole che secondo Hentov tuttavia non verrebbe meno con Biden. L’healthcare ovviamente sarebbe in primo piano, non solo perché ci troviamo nel bel mezzo di una pandemia ma anche perché con una crescita degli utili stabile e un business model solido risentirebbero meno anche di cambiamenti di policy.
Le politiche green dei Democratici potrebbero invece sostenere le utilities, osserva Hentov. Mentre i settori dei materiali e degli industriali verrebbero favoriti dagli investimenti in infrastrutture. Risultati misti si vedrebbero sui consumi voluttuari: da una parte le politiche di Biden a favore del salario minimo favorirebbero i consumi, ma bisogna ricordare che molti protagonisti del settore “sono grandi società con un’ampia forza lavoro sottopagata”.
E la tecnologia, che si è resa protagonista negli ultimi mesi della clamorosa rimonta che ha trainato il rimbalzo dei listini? Da una parte, essendo un settore non particolarmente labour intensive, non dovrebbe risentire troppo del rialzo dei salari. Dall’altra, la tecnologia gode del sostegno di trend secolari, che ovviamente non verranno meno chiunque sia il primo inquilino della Casa Bianca. Ma certamente, nel breve termine ci potrebbero essere dei contraccolpi legati a cambiamenti nel regime fiscale o eventuali iniziative di enforcement sulla concorrenza.
Per SSGA, in un contesto in cui si potrebbe registrare un po’ di volatilità di breve termine sull’equity e un approccio di investimento più selettivo, i settori preferiti sono healthcare, materiali e utility.
“Storicamente, la politica estera degli Stati Uniti contava poco per le decisioni di investimento”, osserva Hentov. Durante la Guerra Fredda, ci si buttava un occhio giusto per decidere di esporsi maggiormente sui mercati emergenti, che all’epoca erano un investimento di nicchia, mentre nella fase dell’iper-globalizzazione post-1989, la politica estera statunitense ha influenzato i mercati finanziari principalmente attraverso rischi geopolitici e prezzi delle materie prime. Dopo la crisi finanziaria globale il quadro è cambiato. Inoltre, l’internazionalizzazione della politica monetaria “ha fatto sì che i processi decisionali della banca centrale iniziassero a intersecarsi con la politica economica estera. Da qui il termine ‘guerre valutarie'”, spiega Hentov. E dopo il 2016, ovviamente, sono arrivate le guerre commerciali.
Per le elezioni del 2020, l’esperto di State Street Global Advisors vede quattro aree di politica estera rilevanti per gli investitori, ciascuna per motivi diversi. La prima è l’effetto della rivalità tra Cina e Stati Uniti sui flussi di capitali; la seconda è la stabilità del tasso di cambio valutario, e gli effetti sui mercati emergenti; la terza è rappresentata dalle relazioni internazionali globali; la quarta è la geopolitica del petrolio. Per quanto riguarda la Cina, l’esperto osserva che, anche se dovesse vincere Biden, “il tono e l’approccio potrebbero cambiare, ma non la direzione generale”. La rivalità tra Stati Uniti e Cina ora influenzerà sempre più i flussi di capitale.
Per quanto riguarda il fronte valutario, l’esperto ritiene che l’aggiustamento principale in relazione a dinamiche nel rapporto Usa-CIna “avverrebbe tramite il tasso di cambio anziché le valutazioni di azioni o obbligazioni”. In questo senso, “il principale elemento di differenziazione di un’amministrazione Biden è che la volatilità valutaria sarebbe inferiore e meno guidata politicamente”. In questo contesto, il secondo aspetto sarebbe l’effetto di ricaduta su altre economie emergenti che beneficiano sia di una discesa del dollaro, sia di uno yuan stabile, se non in apprezzamento. Per quanto riguarda le relazioni globali, Hentov si aspetta da Biden, in caso di vittoria, il ripristino della politica estera di Obama, in cui “un compromesso governato dall’OCSE sulla tassazione globale potrebbe diventare più probabile”. Ciò potrebbe influire in particolare sulle tasse digitali e sulla contabilità offshore, e assieme alla decisione di aumentare le tasse domestiche questo coordinamento sarebbe particolarmente sfavorevole alle azioni statunitensi con elevati ricavi fuori dagli Usa (quasi il 30% dei ricavi mediani dell’S&P 500 viene generato all’estero).
Sul petrolio invece? “Possiamo presumere che un’amministrazione Biden emulerebbe la natura accomodante degli anni di Obama e sarebbe quindi tollerante nei confronti di una maggiore produzione di energia nei paesi avversari”. Ma la questione del cambiamento climatico ed eventuali deterrenti alla produzione di idrocarburi degli Stati Uniti avrebbero comunque effetti leggermente rialzisti a favore dei prezzi del petrolio e del gas poiché l’offerta non si riprende così fortemente come la domanda.
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