Valsangiacomo (Ethenea): “Elezioni italiane, rischio intoppo per la tenuta della ripresa europea”
20 novembre 2017
di Eugenio Montesano
3,30 min
“Una complicazione del panorama politico del paese può avere un peso sugli spread della periferia e sulla moneta unica”, avverte il gestore del fondo bilanciato flessibile Ethna-AKTIV.
“Nel 2018 sarà fondamentale seguire con grande attenzione i flussi. Attendiamo correzioni e rotazioni settoriali importanti nel corso dell’anno e bisognerà essere ben posizionati per uscire rapidamente dalle attuali strategie long-risk, se necessario”.
Arnoldo Valsangiacomo, gestore del fondo bilanciato flessibile Ethna-AKTIV
Rischio spread sul credito e rischio equity. Sono questi i principali indicatori da tenere d’occhio per affrontare al meglio un possibile risveglio della volatilità nel prossimo anno secondo Arnoldo Valsangiacomo, che per Ethenea cogestisce assieme a Luca Pesarini il fondo da 6,27 miliardi di euro Ethna-AKTIV, ampiamente diversificato con oltre 150 posizioni (dati al 31 ottobre 2017).
Il fondo, un bilanciato flessibile gestito con approccio prudenziale e basato su una strategia multi asset di tipo conservativo, è attualmente investito per il 50% in obbligazioni e per il 30% in azionario globale (percentuale che può raggiungere fino a un massimo del 49%), oltre che in una pletora di asset class a basso o bassissimo rischio, quali le risorse liquide (il 18,7% del fondo è attualmente mantenuto in cash) e i metalli preziosi (gli investimenti in oro ammontano al 3%). Per garantire la liquidabilità degli investimenti, sull’azionario il gestore spiega di fare largo uso di future soprattutto sulla componente europea.
Da quali pieghe del mercato potrebbero giungere i primi segnali di un’inversione di tendenza? Difficilmente avremo una correzione robusta innescata da una classica manovra di politica monetaria o da un tweet di Donald Trump. Forse la nostra industria è eccessivamente concentrata su queste variabili. Se, come riteniamo, il ciclo americano dovesse cominciare ad avere problemi nel 2019, sicuramente qualcosa si muoverà già l’anno prossimo. Non sappiamo ancora se sarà un movimento sui mercati emergenti, sugli spread di credito relativi a specifici settori o a livello di Forex e valute, componente da monitorare con particolare attenzione. Ma è importante cominciare a guardare fuori dall’orto fin da subito.
Quali sono i principali rischi geopolitici che intravede all’orizzonte? Dopo la grande preoccupazione destata dalle elezioni francesi, che nel 2017 hanno fatto da spartiacque dell’andamento dei mercati, abbiamo goduto di un semestre molto positivo in Europa sia per i dati economici sia per la situazione politica. Questo ha portato alla rivalutazione dell’euro e a un miglioramento dei rendimenti dei paesi cosiddetti periferici – situazione che verrà sicuramente rimessa in discussione dalle elezioni italiane, che dovrebbero aver luogo nella prossima primavera innescando una fase un po’ più ballerina.
Perché la situazione politica italiana è motivo di preoccupazione? Siete investiti nei mercati finanziari del paese? No, abbiamo sempre preferito altra periferia come Spagna e Portogallo, paesi che si sono mossi bene. Secondo noi l’Italia è un rischio un po’ sottovalutato, la cui remunerazione non è particolarmente attrattiva. A destare particolare preoccupazione è la situazione precaria che contraddistingue il paese dal punto di vista del debito pubblico. Una complicazione del panorama politico può avere sicuramente un peso sugli spread della periferia e sull’euro.
Che impatto avrà la normalizzazione delle politiche monetarie da parte delle due principali banche centrali, la Bce e la Fed? Pur dimezzandone gli importi, allungando di nove mesi il quantitative easing Mario Draghi ci ha comunicato che per tutto il 2018 i tassi di interesse europei rimarranno invariati. Dal canto loro, gli Stati Uniti insisteranno a perseguire con ogni probabilità la strategia di rialzi relativamente contenuti e non troppo frequenti, che risulteranno in un tasso a corto che nel 2018 dovrebbe arrivare poco al di sopra del 2%.
La dinamica di appiattimento della curva dei tassi diventerà quindi cruciale: se negli Stati Uniti l’inflazione attesa non dovesse materializzarsi, e il rendimento del decennale dovesse rientrare intorno al 2%, rischiamo di arrivare a fine anno con una curva totalmente piatta, che sappiamo essere uno degli indicatori primari dell’inizio della recessione. Questo tarperebbe le ali a qualunque possibilità di rialzo dei tassi anche in Europa di qui ai prossimi anni.
Qual è il vostro outlook sull’andamento dell’inflazione in America? Abbiamo una serie di dati economici ancora più che confortanti provenienti dagli Stati Uniti, ma sappiamo che il mercato del lavoro sta toccando i suoi limiti. Ormai siamo alla piena occupazione, non abbiamo una vera accelerazione dei salari, quindi difficilmente si creerà inflazione nel breve termine se non a causa di un nuovo incremento del livello del prezzo del petrolio – inflazione questa che sappiamo non essere di tipo benigno.
Come si riflettono le vostre convinzioni sull’asset allocation del fondo oggi, e come potrebbe cambiare nei primi mesi del 2018? Per quanto riguarda la componente obbligazionaria non abbiamo titoli di stato in portafoglio. Il 50% del fondo è impiegato in bond societari investment grade, in particolare nei settori delle telecomunicazioni, finanziari e industriali. Circa il 75-80% di questa esposizione è negli Stati Uniti, mercato tendenzialmente più liquido e dai rendimenti più elevati.
Non siamo spaventati da possibili grandi rialzi dei tassi ma abbiamo una duration contenuta, intorno al 2%, perché riteniamo che un paio di rialzi dei tassi negli Usa possano innescare movimenti di breve termine che potrebbero spingere i rendimenti attorno al 2,7%.
La parte azionaria oggi pesa tra il 30 e il 35% del fondo. Ultimamente abbiamo disinvestito dai titoli tecnologici per spostarci su settori più ciclici, ruotando l’esposizione dagli Stati Uniti a favore dell’Europa, che oggi pesa per circa il 50% del portafoglio azionario. Abbiamo un’esposizione importante sul Dax tedesco, realizzata ricorrendo prevalentemente a future sull’indice. Completano il fondo percentuali molto piccole di azionario cinese e giapponese.
Se lo scenario che prevediamo è corretto, e la fine del 2018 dovesse davvero coincidere con la fine del ciclo di ripresa dei paesi sviluppati e in particolare di quello americano, i prossimi nove mesi saranno decisamente interessanti. Ciononostante, almeno per i prossimi sei mesi non prevediamo di disinvestire massicciamente l’esposizione azionaria.
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In un contesto di borse ai massimi e di normalizzazione delle politiche monetarie a livello globale, gli investitori devono tenersi pronti a rialzi dei tassi “che potrebbero portare una correzione severa”. L’analisi di Gianmarco Mondani, specialista long/short di GAM.