Mercati in balia di Trump concentrato sulle elezioni di midterm
Olivier De Berranger, Chief Investment Officer di La Financière de l’Echiquier, si focalizza sulle mosse dell'inquilino della Casa Bianca
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Calma e gesso: questa volta l’appiattimento della curva dei rendimenti dei titoli di Stato americani non è, come invece avvenuto in altri momenti storici, il sintomo di una imminente recessione. A sostenerlo è Jim Caron, managing director e senior fixed income portfolio manager di Morgan Stanley Investment Management. Alcuni esperti di mercato hanno espresso timore che la riduzione degli spread tra i rendimenti dei Treasury a breve termine e di quelli a lungo termine, giunta di recente ai minimi degli ultimi 11 anni (allo 0,25% contro l’1,34% visto a fine 2017), sia il segnale inequivocabile di una fase economica negativa, perché l’appiattimento indica l’attesa di una politica restrittiva da parte della Federal Reserve, che a sua volta ha tradizionalmente l’effetto di raffreddare la crescita economica. Qualcuno fa presente che ci può essere anche dell’altro: per esempio, la Fed sta emettendo più Treasury a breve scadenza, e la conseguente maggiore difficoltà ad assorbire le emissioni fa crescere i rendimenti di questi titoli.

Per Caron, in particolare, l’appiattimento è dovuto a fattori tecnici legati alle politiche della Federal Reserve che non si traducono automaticamente in previsioni recessive. Caron ricorda che la Fed ha riavviato un rialzo dei tassi a partire dal 2015, in un periodo in cui l’inflazione è rimasta bassa e comunque al di sotto del target del 2% misurato sui consumi di beni essenziali, un fattore di innesco naturale per una curva più piatta. Tuttavia, le attuali condizioni non corrispondono esattamente a quelle di altri momenti storici in cui si è verificata l’equazione “politica monetaria restrittiva + economia non stellare = curva piatta”. Perché se da una parte la Fed sta effettivamente innalzando i tassi, dall’altra non si può dire che l’istituzione oggi guidata da Jerome Powell stia perseguendo una politica monetaria pienamente restrittiva, come segnala per esempio il ritmo dei rialzi: in media tre interventi l’anno, contro gli otto storicamente registrati nelle fasi di politica monetaria restrittiva da parte della banca centrale Usa. “La Fed non ha indicato che irrigidirà la politica monetaria in tempi brevi. Il suo obiettivo – argomenta ancora Caron – è quello di arrivare a una politica dei tassi neutrale, non restrittiva, fintanto che l’inflazione non risalirà concretamente al di sopra del 2%”. Inoltre l’appiattimento della curva deriva anche da fattori tecnici, visto che i premi per le scadenze più lunghe si sono abbassate dai tempi della crisi finanziaria in poi, anche per effetto del Qe.
In definitiva, secondo Caron la riduzione degli spread tra i titoli di scadenze brevi e lunghe è un segnale predittivo molto più debole, rispetto al passato, sulle condizioni future dell’economia americana. “Anche se io e il mio team monitoriamo con attenzione l’appiattimento della curva, non siamo preoccupati dalla possibilità di un’imminente recessione perché crediamo che attualmente l’inclinazione della curva dei rendimenti invii un segnale più debole, e di conseguenza che l’appiattimento dovrebbe essere più accentuato del solito per avere lo stesso impatto sulla futura crescita rispetto a quanto accadeva nel passato”, conclude Caron.
