Elon Musk affossa il bitcoin a colpi di tweet
Un commento che lasciava intendere che Tesla avesse venduto la famosa criptovaluta ne ha affossato le quotazioni. Successivamente l'imprenditore ha smentito (ma adesso preferisce il dogecoin)
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L’ultimo clamoroso scossone al titolo Tesla, già da tempo abituato a monopolizzare i titoli delle cronache finanziarie – ultimamente conquistate grazie al superamento dei mille miliardi di capitalizzazione – è stato un sondaggio su Twitter. Un banale “poll” da social, che però potrebbe portare il fondatore Elon Musk a disfarsi di un pacchetto del 10% del capitale della società. “Si parla molto di plusvalenze non realizzate come mezzo per evitare le tasse, quindi propongo di vendere il 10% delle mie azioni Tesla”, ha scritto Musk dal suo account “Lorde Edge” rivolgendosi ai sui 62,5 milioni di follower, aggiungendo: “Mi adeguerò al risultato del sondaggio, qualunque esso sia”. Il 57% dei rispondenti ha votato “sì”. E il risultato di questa parentesi social è stata una discesa del titolo del 6% a 1148,41 dollari, da cui però poi è risalito.
“Lo spirito megalomane e provocatorio di Elon Musk non ci sorprende e non si smentisce”, ha commentato a FocusRisparmio Mario Cribari di Bluestar. “Non nuovo ai sondaggi su Twitter (anche su argomenti molto delicati a causa dei quali ha subito in passato interrogazioni da parte della SEC), questa volta ha interrogato i suoi fan circa l’opportunità di vendere il 10% delle azioni di Tesla da lui detenute. Molto sensibile al tema della diseguaglianza si è detto disposto a realizzare un grosso utile (sottoposto a tassazione) sulla sua partecipazione. In questo modo potrebbe prendere profitto, dopo il movimento fantascientifico del titolo, essendosi creato un alibi e depistando le tracce di insider selling che in genere vengono recepite dal mercato come un voto di sfiducia da parte del management/proprietà sul futuro andamento della quotazione”, aggiunge Cribari.
Elon Musk si trova a dover pagare tasse per 15 miliardi di dollari sulle stock option, e la vendita del pacchetto probabilmente sarebbe stata l’opzione prescelta anche in assenza di un risultato positivo del sondaggio. Sempre su Twitter, il magnate ha precisato di non percepire alcuno stipendio o bonus, ma di possedere solo azioni, spiegando che quindi l’unico modo per pagare le tasse personali è di vendere tali azioni. Il valore delle azioni è ulteriormente esploso di recente, quando la capitalizzazione ha superato quota 1000 miliardi di dollari dopo l’annuncio che il gruppo multinazionale di noleggio Hertz aveva ordinato 100mila Tesla per le sue flotte. Da allora, le azioni della casa di auto elettriche hanno guadagnato il 30%. E la fortuna di Musk è cresciuta di conseguenza. Secondo il Bloomberg Billionaires Index, l’imprenditore sudafricano è oggi l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio netto di 338 miliardi di dollari.
Ma cosa accadrebbe con la cessione di un 10% delle azioni in mano a Musk, che attualmente ha un pacchetto del 23%? “Ai fini pratici la vendita del 10% delle sue azioni non muterebbe di molto il flottante della società e non ritengo che sia quello il motivo per cui il titolo debba scendere significativamente, dopo il +73% realizzato alla chiusura di venerdì”, commenta Cribari. Ciò ha portato la market cap della società alla fantasmagorica cifra di 1,2 trilioni di dollari, una cifra davvero da capogiro se si pensa che le case automobilistiche tradizionali viaggiano su valori ben diversi: Ford vale 78 miliardi, BMW 60 miliardi, Daimler 95 miliardi, Stellantis 55 miliardi. Ma, chiosa Cribari, sono probabilmente destinate all’estinzione.
Questo non vuol dire che il valore attuale di Tesla sia equo, secondo l’esperto di Bluestar. “Pur considerando la forte penetrazione della società nell’elettrico, ma con una redditività oggettivamente molto bassa, la sua capitalizzazione non ha alcun senso, con un multiplo P/S (price-to-sales) di oltre 20x”. Ma nel contesto attuale, sottolinea, spesso il non senso è associato ad ottime performance. “Giudicando i fondamentali (che ormai sono solo un argomento fuori moda per analisti molto ingenui) una più corretta valutazione del titolo, pur considerando la storia di successo indiscutibile della società, vedrebbe un prezzo diviso a metà rispetto all’attuale. Ciò sarebbe più giustificato, teoricamente, e rappresenterebbe comunque un +600% realizzato in meno di due anni. Il paradosso è che con questa euforia è più coraggioso chi ne resta fuori che chi resta investito”, conclude Cribari.
Non mancano comunque gli estimatori del titolo: Jefferies ha alzato il target price su Tesla commentando che il titolo ha ancora spazio di upside, e ormai gli altri gruppi automobilistici non possono fare altro che procedere all’inseguimento della casa di Musk.
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