Anche per il petrolio inizia la Fase 2
I tagli Opec in arrivo e le graduali riaperture in molti Paesi fanno segnare la quinta seduta in rialzo per Wti e Brent. Ma per gli operatori il mercato è ancora vulnerabile
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È un momento da dimenticare per il settore petrolifero. La crisi della domanda sta mettendo in difficoltà i principali titoli del settore: da Eni, a Tenaris fino a Saipem. E, come se non bastasse, su Saras, l’altra azione esposta al business dell’oro nero, è piovuta (proprio nel giorno in cui ha annunciato la cassa integrazione per i 1.300 dipendenti della raffineria di Sarroch in Sardegna) un’inchiesta giudiziaria che ne sta piegando i corsi, già depressi.
Secondo la ricostruzione di un’inchiesta della Direzione distrettuale antiterrorismo di Cagliari, Saras è accusata di avere comprato tra il 2015 e il 2016 petrolio iracheno di contrabbando a prezzi stracciati e di avere evaso il Fisco per almeno 130 milioni di euro. L’azienda, controllata al 40% dalla famiglia Moratti, “respinge fermamente ogni associazione del nome della società al contrabbando di petrolio e di carburante”. Per Saras, le ipotesi di reato sarebbero riciclaggio, falso e reati fiscali. Indagini a parte, alla luce del calo dei margini di raffinazione, acuitosi nel corso del terzo trimestre, è stata firmata con i sindacati la cassa integrazione. Partirà il 26 ottobre e durerà fino al 30 giugno 2021 e verrà distribuita tra tutti i 1.378 dipendenti delle società Saras (Milano e Roma) e Sarlux (Cagliari).
Una serie di notizie che hanno condizionato le azioni della società, precipitate sotto quota 1 euro e attualmente in area 0,45 euro. Una situazione complessa su cui gli analisti hanno acceso un faro. In particolare, Mediobanca Securities (rating underperform con target price a 0,50 euro) avverte che la situazione “potrebbe portare a cicli di raffinazione più contenuti durante il quarto trimestre di quest’anno, il che potrebbe tradursi in ulteriori revisioni al ribasso delle stime del consenso sugli utili di Saras”. La banca d’affari si attende a fine anno una perdita netta di 114 milioni di euro per Saras rispetto all’utile di 26 milioni del 2019 a fronte di un fatturato in calo a 5,828 miliardi di euro dai 9,639 miliardi dell’esercizio precedente. Il margine di raffinazione benchmark emc ha registrato una media negativa di 1,8 dollari al barile nel terzo trimestre di quest’anno, uno dei livelli più bassi degli ultimi anni.. Secondo Equita, “il taglio di costi è il riflesso di una situazione di margini estremamente deboli”, ha precisato la sim che sul titolo ha comunque un rating buy e un target price a 0,85 euro.
Una situazione inattesa, quella del comparto petrolifero, che sta lasciando col fiato sospeso chi vi ha investito. “Quando si valutano le aziende del settore energetico oggi, la chiave è capire se sono valutate in modo attraente quando si tiene conto sia dell’attuale crisi Covid-19, sia della transizione energetica” spiega Lisa O’Sullivan, Energy Analyst, Fundamental Value Equities at State Street Global Advisors spiegando che “le restrizioni di viaggio legate a Covid-19 hanno portato a un calo senza precedenti del consumo di petrolio, dato che i trasporti rappresentano oltre il 50% della domanda. D’altra parte, la risposta politica ha accelerato il ritmo della transizione verso un’energia a basse emissioni di carbonio. Questo è in particolare evidente nel programma a sostegno della ripresa Next Generation EU, dove il 30% dei fondi è destinata a progetti sul clima”.
Cosa aspettarsi, dunque, nei prossimi mesi? “Mentre saranno necessari investimenti nelle risorse petrolifere per compensare il naturale declino della produzione, vediamo una significativa offerta globale di petrolio per compensare questo tasso di declino a prezzi relativamente bassi. Mentre la capacità dell’OPEC di gestire l’offerta durante il declino della domanda secolare non è stata messa alla prova, il crollo dei negoziati di marzo ha evidenziato la difficoltà di raggiungere un accordo quando sono necessari tagli netti alla produzione” spiega State Street.
In questo quadro, le aziende energetiche stanno rispondendo a queste sfide in modo diverso, con le aziende europee che sono molto integrate e accelerano la spinta verso l’energia a basse emissioni di carbonio.
Come muoversi in questo contesto? “Gli investitori devono considerare in primo luogo il livello dei flussi di cassa generati dai combustibili fossili e disponibili per essere reinvestiti nella transizione energetica. In secondo luogo, devono capire se le competenze di ogni singola società sono trasferibili alle fonti di energia a basse emissioni di carbonio; e, in terzo luogo, bisogna comprendere le prospettive di ritorno offerte dall’energia a basse emissioni di carbonio in un momento in cui i costi del capitale continuano a diminuire e una quantità sostanziale di capitale è pronta per essere impiegata in un’ampia gamma di progetti” conclude State Street.
