Recessione più probabile: l’oro resta un buon ammortizzatore
22 luglio 2019
di La redazione
5 min
Secondo VanEck, le probabilità di un atterraggio duro stanno aumentando. E in un simile scenario è probabile che si sviluppi un trend positivo per il metallo giallo
Joe Foster, portfolio manager e strategist di VanEck
A giugno, il prezzo dell’oro è cresciuto in modo significativo, forse storico, sfondando il suo trading range. Secondo Joe Foster, portfolio manager e strategist di VanEck, il superamento dei supporti tecnici è riconducibile a diversi elementi fondamentali, dalle tensioni Usa-Cina ai deboli dati macroeconomici, al calo dei tassi di interesse, passando soprattutto per le rese di posizione delle banche centrali”. “Per l’oro, luglio si è aperto con un consolidamento delle posizioni guadagnate il mese prima, quando Xi Jinping e Donald Trump avevano concordato di riprendere i negoziati sugli scambi commerciali e l’S&P 500 aveva toccato nuovi massimi storici – afferma lo srategist -. Il mercato dell’oro sta attraversando una fase di transizione, in cui il prezzo sta abbandonando il trend laterale degli ultimi sei anni. Ci aspettiamo che il mese di agosto sarà perlopiù un periodo di consolidamento attorno a quota $ 1.400, dopodiché dovrebbe iniziare a svilupparsi un nuovo trend”. Quanto al 2020, secondo Foster sono due i possibili scenari.
Il primo è quello di un atterraggio morbido. In Cina, in Europa, e adesso anche negli Stati Uniti, l’attività manifatturiera ha dato segni di debolezza, al limite della recessione. Un atterraggio ‘morbido’ sarebbe possibile se le misure di stimolo globali delle banche centrali, da più parti attese, riusciranno a impedire che la recessione del settore manifatturiero contagi l’intera economia. Se si evitasse la recessione, i mercati azionari reagirebbero con un rialzo, i tassi di interesse toccherebbero i minimi e il dollaro con ogni probabilità si stabilizzerebbe o si apprezzerebbe. Tutto ciò limiterebbe il potenziale di rialzo dell’oro e in un simile scenario il metallo si assesterebbe su un nuovo intervallo di prezzo, sostenuto dai rischi geopolitici e dalla domanda delle banche centrali.
Il secondo è invece quello di un atterraggio duro, che si verificherebbe se la recessione in atto nel settore manifatturiero dovesse svilupparsi contagiando l’economia più in generale, minando così la fiducia nelle banche centrali. I tassi statunitensi tenderebbero probabilmente verso lo zero, o anche meno, e il mercato azionario potrebbe subire una correzione, con un’escalation dei rischi finanziari. Le banche centrali potrebbero riprendere i programmi di allentamento quantitativo o adottare altre politiche più radicali. In un simile scenario, è probabile che si sviluppi un trend positivo per l’oro che verrebbe considerato un investimento come bene rifugio.
“Lo scorso dicembre – prosegue lo strategist -, la Fed ha verosimilmente completato il ciclo di rialzo dei tassi iniziato tre anni prima. L’attuale fase di espansione dell’economia è diventata la più lunga della storia, come quella rialzista del mercato azionario. Dal 1950 in poi, dopo un ciclo di rialzo dei tassi è accaduto dieci volte su 13 che iniziasse una recessione. Solo tre volte si è avuto un atterraggio morbido. L’ultima recessione è iniziata tre mesi dopo il primo taglio dei tassi da parte della Fed, avvenuto nel settembre 2007, mentre nell’ottobre 2007 l’S&P 500 toccava i massimi. La recessione precedente è iniziata due mesi dopo il primo taglio dei tassi, operato nel gennaio 2001. Ci auguriamo ovviamente che l’atterraggio sia morbido, ma non è da escludere l’eventualità di un atterraggio duro. Il mercato si attende che un nuovo ciclo di tagli dei tassi inizierà nel secondo semestre. La copertura assicurativa di case, coniugi, barche e automobili è molto popolare. Se guardiamo la storia degli atterraggi duri potrebbe essere consigliabile iniziare a pensare a una copertura assicurativa finanziaria. Secondo una ricerca di Ubs, nell’ultimo trentennio in quattro casi su cinque l’oro ha guadagnato durante un ciclo di riduzione dei tassi da parte della Fed”.
L’esperto sottolinea come le recessioni non siano necessariamente fattori trainanti per l’oro. Tuttavia, le difficoltà finanziarie che spesso accompagnano i periodi di crisi possono dar luogo a una fase rialzista per l’oro e per i titoli auriferi. “Come abbiamo potuto osservare durante la crisi dei mutui subprime nel 2008, i colpevoli sono solitamente l’indebitamento o l’eccessivo ricorso alla leva. I dati evidenziano come la bolla del debito immobiliare dell’ultimo ciclo sia stata sostituita dalla bolla del debito sovrano e, non è da escludere, anche da una bolla del debito societario”, avverte.
Dopo la crisi finanziaria, c’è stato un boom del debito sovrano. Un tempo i repubblicani erano nemici giurati dell’indebitamento, ma dopo l’elezione di Trump i deficit sono stati utilizzati per finanziare la riduzione delle imposte e l’aumento della spesa. “Durante una recessione, le entrate diminuiscono e le spese aumentano, pertanto il disavanzo cresce. Poiché non si vede la fine di tutto ciò, siamo del parere che a lungo andare si arriverà a un punto di rottura in cui gli investitori esteri e/o nazionali non saranno più disposti ad acquistare simili quantitativi di Treasury statunitensi. Quando questo accadrà, i tassi dei Treasury aumenteranno, gli Stati Uniti potrebbero andare incontro a un declassamento del rating e il dollaro statunitense potrebbe subire un tracollo. È impossibile dire quando si verificherà il punto di rottura, ma una recessione aumenta le probabilità di un simile evento”, osserva Foster.
Il secondo debito potenzialmente problematico è quello societario, che ha ormai superato il picco dell’ultimo ciclo nel 2009. “Il rischio principale, nel ciclo in corso, è una riduzione degli standard creditizi. Dopo la crisi, la quantità di obbligazioni societarie statunitensi con rating BBB, il livello più basso del segmento investment grade, è più che raddoppiato e costituisce oggi il 55% del mercato di quel segmento. Morgan Stanley calcola che, in caso di recessione, titoli di questo tipo per un valore di oltre 1000 miliardi di dollari rischiano il declassamento a ‘titoli spazzatura’. Numerosi fondi impossibilitati a detenere ‘titoli spazzatura’ sarebbero obbligati a vendere”, sottolinea ancora.
Infine, un’altra fonte di rischio è rappresentata dai 1.300 miliardi di dollari del mercato dei prestiti con effetto leva, spesso scambiati sotto forma di titoli di debito garantiti da prestiti bancari. L’80% dei prestiti societari con effetto leva (+6% rispetto al 2006) è tutelato da covenant deboli (‘cov-lite’). “Le condizioni finanziarie delle banche sono migliorate dopo la crisi, ma l’85% del debito con effetto leva non è detenuto da banche. Questo indicherebbe quindi che una parte significativa del rischio sistemico si colloca all’esterno del settore bancario. Come sostenitori dell’oro, ci focalizziamo sui rischi relativi al sistema finanziario che potrebbero incidere sui portafogli di investimento. A nostro avviso, le probabilità di un atterraggio duro stanno aumentando. Allo stesso tempo, riteniamo che i livelli di indebitamento e il merito di credito scadente potrebbero provocare una nuova crisi finanziaria”, conclude Foster.
“Per battere l’inflazione nel lungo periodo, gli investitori dovranno costruire un portafoglio in cui mercati emergenti, oro, hedge fund e altre attività alternative abbiano maggiore prominenza”. La view di Pictet Am
Foster (VanEck): "Nel corso degli anni l'industria dell'oro ha compreso a proprie spese che gli azionisti non sono gli unici soggetti interessati alla gestione di una miniera"
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