Azionario in rialzo? Non c’è da stupirsi
Secondo gli esperti di M&G Investments, c’è una tendenza a enfatizzare l’importanza dei risultati da inizio anno insieme ai massimi storici dei livelli dei prezzi
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La grande paura di agosto che ha visto lo spettro della recessione diffondersi a macchia d’olio è decisamente svanita. Ne è convinto François-Xavier Chauchat, chief economist di Dorval Asset Management, secondo cui l’eccessivo pessimismo dell’estate si è attenuato, la diminuzione dei timori circa la Brexit e la guerra commerciale ha avuto un impatto significativo, e un po’ di sollievo è giunto anche dagli indicatori economici e dai bilanci societari, che pur evidenziando una decelerazione non suggeriscono alcun crollo.
“Le revisioni al ribasso della crescita mondiale proseguono, ma emergono i primi segnali positivi – osserva -. Le vendite dei semiconduttori hanno registrato un rimbalzo dopo il cedimento del quarto trimestre del 2018 Il settore automobilistico dopo una lunga recessione dà segnali di vita in Germania, possibile indice di una stabilizzazione delle esportazioni e di un miglior adeguamento alle nuove norme ambientali. Nel complesso il Pmi manifatturiero mondiale sembra aver toccato i minimi in luglio e da allora evidenzia una modesta ripresa”. Ma è proprio il ciclo industriale che ha dettato le revisioni al ribasso della crescita mondiale, secondo Chauchat: se la domanda globale si conferma dunque resiliente grazie agli stimoli monetari e fiscali, non vi sono validi motivi per un proseguimento della recessione industriale.
Per l’esperto, il miglioramento delle prospettive si deve alla Federal Reserve, che dopo i tre tagli dei tassi operati a luglio ora sembra propensa a una pausa. Dobbiamo quindi temere un capovolgimento dei rischi, con un netto rialzo dei tasso a lungo termine? “Al momento non è possibile escludere del tutto un simile scenario, che però si scontra con la debolezza di crescita e inflazione – afferma -. In Cina, negli Stati Uniti e in Giappone dove è appena aumentata l’aliquota Iva, la crescita del quarto trimestre sarà piuttosto scarsa. Inoltre per Pechino il deleveraging resta una priorità. E negli Usa, alcuni indicatori come le tensioni sul mercato del lavoro e la riduzione dei margini delle imprese, inducono alla prudenza. Senza contare l’inversione della curva dei tassi osservata durante l’estate, ma questo fattore al momento è meno pertinente perché, contrariamente alle precedenti occasioni, non è associato a uno stress finanziario. Tutto sommato lo scenario più probabile resta quello di un ciclo mondiale che si allunga ancora, piuttosto che quello di una forte riaccelerazione”.
Chauchat non ha dubbi: questa crescita prossima al potenziale favorisce i mercati azionari. “Gli investitori sempre più convinti che la fase peggiore del ciclo industriale sia ormai compiuta ma che i tassi a lungo termine risaliranno solo in misura minore, potrebbero tornare a puntare sulle azioni – precisa -. Osserviamo dunque un ampliamento dell’universo di investimento nei mercati trascurati da mesi o anni, ad esempio small cap, banche, azioni britanniche e giapponesi. Notiamo altresì che il contesto di tassi negativi inizia a far vacillare la normativa Solvency II per le compagnie di assicurazione, normativa che per il momento penalizza le azioni ma che è in fase di evoluzione e sarà rivista nel 2020”.
“Nel mese di ottobre abbiamo ampliato l’esposizione ai titoli azionari nei nostri fondi, aumentando al contempo la diversificazione tramite investimenti nei finanziari e in determinati titoli value. Nei fondi internazionali abbiamo ridotto ulteriormente la ponderazione delle obbligazioni e investito in azioni di società inglesi orientate al mercato interno, che potrebbero beneficiare delle minori probabilità di una Brexit senza accordo, oltre che di un piano di rilancio fiscale dopo le elezioni”, conclude l’esperto.
