“Il movimento populista sarà un fenomeno strutturale di lungo periodo: la gestione attiva è l’approccio più efficace”. L’analisi di T. Rowe Price
Nikolaj Schmidt, chief international economist di T. Rowe Price
Negli ultimi anni l’ascesa del populismo ha rimodellato in poco tempo il panorama politico mondiale, ma le implicazioni per la crescita economica e gli asset finanziari non sono ancora chiare. Se da un lato i mercati reagiscono rapidamente ai singoli eventi, dall’altro sembrano non avere ancora compreso l’impatto potenziale del populismo sull’economia globale nel lungo termine. Lo spiega in una lunga analisi Nikolaj Schmidt, chief international economist di T. Rowe Price.
“La causa probabile delle insoddisfazioni che hanno spinto gli elettori di così tanti Paesi a schierarsi contro i partiti tradizionali risiede nella globalizzazione”, spiega l’esperto, secondo cui la crescita delle disuguaglianze si è rivelata un terreno fertile per il populismo, il quale tipicamente sostiene che l’unico modo per ritornare ad un sistema equo sia attraverso politiche economiche di redistribuzione interventiste.
Ed ecco i rischi. “Sebbene l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze e di accrescere la mobilità sociale – continua – sia lodevole, le politiche di bilancio espansive adottate dai regimi populisti sono state tradizionalmente associate a riforme che hanno messo direttamente in pericolo l’indipendenza delle banche centrali, la governance societaria e i diritti di proprietà. Le pressioni esercitate sulle banche centrali per adottare politiche monetarie accomodanti conducono tipicamente a maggiori aspettative di inflazione, curve dei rendimenti più accentuate, rendimenti reali più bassi e deprezzamenti valutari. Allo stesso tempo la spinta verso la redistribuzione dei redditi e salari più elevati riduce i margini di profitto e ciò, insieme all’intensificarsi delle incertezze macroeconomiche, mette in difficoltà le valutazioni azionarie. Ci si può aspettare un ampliamento degli spread creditizi societari e sovrani nel momento in cui i governi adotteranno politiche di bilancio espansive in contesti caratterizzati da margini di manovra ridotti”.
“Sarebbe tuttavia un errore pensare che il potenziale fallimento dei politici populisti porterà ad una morte precoce del populismo. L’elettore medio continuerà a richiedere maggiore uguaglianza e mobilità sociale fino a quando non le avrà ottenute e se il primo governo populista eletto non mantiene le sue promesse, gli elettori voteranno probabilmente per un altro candidato populista piuttosto che per un partito tradizionale”, avverte però Schmidt.
Ecco allora che cosa è necessario monitorare. “In Europa, in vista delle elezioni di maggio la coalizione populista che governa l’Italia sembra aver intensificato la sua retorica e gli scontri con l’establishment europeo. Nel resto del mondo, Eduardo Bolsonaro, membro del Congresso brasiliano e figlio del Presidente Jair Bolsonaro, ha recentemente annunciato che rappresenterà il Sud America in The Movement, il consorzio di populisti fondato da Steve Bannon, ex consigliere di Donald Trump. Infine, se lo stallo sulla Brexit dovesse condurre a nuove elezioni nel Regno Unito, sarà interessante vedere quali risultati otterrà il Partito Laburista di Jeremy Corbyn”.
“In conclusione, il cammino futuro è costellato di incertezze. Tuttavia, è importante che gli investitori considerino la possibilità che il movimento populista sia un fenomeno strutturale di lungo periodo, con profonde implicazioni sull’economia e sui mercati finanziari per diversi anni a venire. In tal senso, la gestione attiva, con una forte enfasi sulla ricerca approfondita, le conoscenze locali e l’abilità di modificare le posizioni rapidamente, è probabilmente l’approccio più efficace per muoversi nel periodo che ci aspetta”, assicura l’esperto.
Flossbach: (Flossbach von Storch): “A lungo termine questo fenomeno politico fa innalzare il debito pubblico, sia a causa di costosi programmi di governo sia che si debbano attuare misure ad hoc per calmare le proteste. Questo non vale solo per l’Eurozona, ma anche per gli Stati Uniti, che vedranno aumentare il proprio deficit fino a quasi il 5% in quest’anno fiscale”
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