Bond più a rischio contagio dell’equity
Secondo Unigestion è la paura a spingere l’obbligazionario. E una brusca inversione di rotta è dietro l'angolo
4 min

Il lusso, le grandi compagnie aeree e di crociera, multinazionali come Apple e Starbucks. È lungo l’elenco delle aziende che stanno già pagando il conto dell’epidemia da coronavirus. E nutrito è anche l’elenco delle economie che rischiano una severa battuta d’arresto, a partire ovviamente da Pechino. Non è un caso infatti se i mercati azionari sono crollati a livello globale a seguito della confermata diffusione del virus in Italia, Corea del Sud e Iran, sollevando nuovi interrogativi circa il potenziale impatto sulla crescita economica globale e sulle catene di approvvigionamento che dipendono dalla Cina.
“Un numero crescente di contagi in Europa, in particolare, ha spinto i mercati a rivalutare i timori legati alla pandemia globale – spiega Jody Jonsson, gestore di portafoglio azionario di Capital Group -. In precedenza, l’opinione del consenso di mercato sul coronavirus era abbastanza positiva mentre ora, con il diffondersi al di fuori dell’Asia, gli investitori stanno chiaramente prendendo più seriamente il tema. Il mercato sta iniziando a considerare le implicazioni per il commercio globale e il settore dei viaggi. L’obbligazionario è turbato dalle condizioni recessive di alcune aree, tra cui Cina, Giappone e potenzialmente l’Europa. L’impatto sull’economia statunitense è più difficile da determinare”.
Secondo l’esperta, considerato che Cina è ormai la seconda economia al mondo, una delle questioni più difficili che i mercati si trovano ad affrontare è il possibile impatto sulle catene di approvvigionamento globali, e il corrispondente effetto sulle multinazionali e sull’attività economica in altri Paesi. “Riteniamo che il mercato azionario stia sottovalutando le problematiche che si vanno accumulando nelle supply chain – avverte -. La strada è ancora lunga per quanto riguarda il ritorno delle persone sul posto di lavoro nelle grandi città, e i governi locali stanno subendo una forte pressione per far ripartire le rispettive economie. Apple, che dipende fortemente dagli impianti di produzione in Cina, è l’esempio più evidente degli effetti a catena del coronavirus sul business globale. Il 17 febbraio il produttore di iPhone ha lanciato un profit warning, annunciando che i ricavi per il trimestre in corso saranno stati inferiori alle stime”.
E dal momento che circa 40 milioni di persone sono state messe in quarantena in Cina, gran parte dell’attività economica del Paese si è fermata nell’ultimo mese. “Ciò rappresenta una potenziale minaccia per la fragile ripresa industriale dell’Europa, dove la Germania è il Paese più esposto per i propri vincoli commerciali. Contestualmente, anche Francia e Italia hanno una significativa esposizione alla Cina attraverso il turismo, i servizi e i beni di lusso”, prosegue la Jonsson.
L’economia cinese, che stava già crescendo al ritmo più lento degli ultimi 30 anni prima della notizia dell’epidemia, a detta dell’esperta potrebbe subire un rallentamento più profondo di quanto si pensasse inizialmente, con gli effetti che si sentiranno forse fino a giugno di quest’anno e comunque a un tasso di gran lunga inferiore al 6% degli ultimi trimestri. “La complessità e la tempistica di questa epidemia potrebbe rendere la ripresa della crescita a livelli normali più difficile e imprevedibile – evidenzia -. Le catene di approvvigionamento globali sono più complesse e più dipendenti dalla Cina rispetto a quando l’epidemia di Sars ha colpito il Paese nel 2002 e nel 2003. Il consenso generale è che la Cina vedrà un rallentamento della crescita economica per almeno un trimestre, con la reale possibilità di un impatto economico semestrale”.
I principali funzionari cinesi hanno affermato che la priorità assoluta è quella di rimettere in moto l’economia del Paese e di rimetterla in piena efficienza. Finora, le misure di stimolo di Pechino hanno incluso tagli dei tassi d’interesse, più liquidità per le piccole e medie imprese e il rinvio del recupero dei crediti. Ma il virus sta avendo un impatto negativo sulle società di tutto il mondo. “Starbucks ha chiuso circa la metà dei suoi 4.300 negozi in Cina – fa notare la Jonsson -. Molte compagnie aeree con sede negli Stati Uniti hanno cancellato i voli per il Paese. Alcune compagnie, tra cui alcuni dei più grandi operatori di compagnie di crociera e produttori di beni di consumo del mondo, stanno riducendo la guidance degli utili per il 2020, altre stanno rinunciando alle conferenze in programma in luoghi come San Francisco e New York per paura che il virus si diffonda”.
Per certi versi, secondo l’esperta l’impatto è maggiore su alcune compagnie al di fuori della Cina e le compagnie aeree e di crociera rientrano in questa categoria. Alcuni settori ne stanno invece beneficiando, in particolare alle aziende di e-commerce e dei videogiochi. “Con l’aumento del numero di persone che rimangono a casa, stiamo assistendo a un massiccio aumento del consumo di intrattenimento domestico e di attività di shopping online – conclude -. Questo è certamente il caso del gigante cinese della tecnologia Tencent, che gestisce una delle più grandi piattaforme mobili di videogiochi e social media del mondo. Ci sono diversi settori in cui abbiamo deciso di aspettare e vedere come andrà a finire. Ad esempio, nel caso di aziende di beni di lusso o di viaggi, pensiamo di avere il tempo di osservare quanto questa situazione diventi diffusa prima di prendere decisioni importanti”.
