Un problema serio per l’Eurozona. E una soluzione positiva dei conflitti Usa-Cina e Brexit-Ue non cambierà lo scenario. Per il Vecchio Continente è arrivato il tempo di riforme strutturali e fiscali
Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame Asset Management
La locomotiva tedesca frena. E potrebbe essere molto più di un momento di debolezza. Intanto perché i segnali di un rallentamento sono ormai in campo da oltre sei mesi, almeno dalla scorsa estate. “L’applicazione di nuove norme ambientali (Worldwide harmonized Light Vehicles Test Procedure, ndr), che ha colto di sorpresa i produttori tedeschi, ha generato un calo della produzione di veicoli, del 15% tra giugno e agosto 2018”, dicono da Candriam.
Il resto dell’anno non è andato meglio con cali consistenti a settembre (-30%) e segno meno fino a dicembre, secondo i dati della Germany Federal Motor Vehicle Office (KBA). Nel corso dell’estate anche il settore della chimica ha subìto gravi danni a causa della secca del Reno, il fiume più importante del Paese dove vengono trasportare 223 milioni di tonnellate di merci ogni anni, l’80% di quelle che transitano per via fluviale.
“Infine, la produzione del settore farmaceutico, che aveva registrato un’impennata a inizio 2018, ha segnato una violenta contrazione, per ragioni ancora da chiarire – continuano da Candriam – Ma, al di là di questi specifici esempi, la contrazione dell’industria tedesca va collocata in un contesto più ampio di rallentamento generale dell’attività industriale globale”.
Tutto ha origine a partire dall’incremento dei dazi doganali imposto dagli Stati Uniti su acciaio e alluminio e successivamente su una serie di prodotti cinesi, non tanto per l’impatto sul Pil globale – che è rimasto praticamente indifferente a questa prima ondata di protezionismo – ma per il clima di incertezza che ha generato e che ha contribuito a rallentare la domanda in particolare nei Paesi asiatici, importante sbocco per l’export tedesco. L’elemento dei dazi è cruciale: a fine febbraio si concluderanno i tre mesi di tregua siglati tra Trump e Xi Jinping (si sta ancora valutando la possibilità di un prolungamento di 60 giorni) e in mancanza di accordo si potrebbe assistere a una piena e immediata implementazione dei dazi al 25% dal 10% su tutti i prodotti cinesi verso gli Usa, che porterebbe a una serie di reazioni a catena con un impatto sul Pil, che la Banca centrale europea stima in -0,75% per il primo anno rispetto allo scenario di base e fonti diverse indicano fino a -2,5%: uno scenario di recessione globale. “L’Eurozona – e la Germania in particolare – rimangono vulnerabili a qualsiasi ulteriore shock”, continuano da Candriam.
Esiste un serio rischio di recessione per l’economia tedesca, secondo Michele De Michelis, responsabile investimenti di Frame Asset Management e non è necessariamente un male assoluto: “rischio che rappresenta un elemento di novità importante nel contesto generale e che potrebbe essere solo la prima ondata di una contrazione in grado di impattare seriamente sulla già anemica economia europea, se il commercio internazionale dovesse veramente iniziare a irrigidirsi”.
Che sia dunque arrivato il momento per le formichine tedesche di prendere qualche spunto dalle cicale che vivono più a sud? “È possibile – continua De Michelis – che si stiano creando finalmente le premesse per l’implementazione di una politica fiscale espansiva abbandonando al suo destino le formule restrittive alle quali ormai siamo assuefatti da anni. Del resto, se non riesci più a vendere i tuoi manufatti all’estero, devi per forza rivolgerti al mercato interno e se il mercato interno è soffocato, lo devi riattivare con degli stimoli alla spesa”.
Cosa accadrà sui mercati dipende dunque da come si evolverà la situazione tra Usa e Cina, ma anche “tra Gran Bretagna e Ue: se le partite si sbloccassero potremmo assistere al proseguimenti del rally dei risky asset a cui abbiamo assistito a gennaio sul mercato Usa. Nel Vecchio Continente, occorre mettere una marcia in più, che è quelle delle riforme strutturali e fiscali. Si tratta di un passo assolutamente necessario (Trump docet) per rimettere in sesto un’economia ormai troppo debole per restare in piedi sulle sue gambe. Auguriamoci che anche gli economisti tedeschi non siano come vengono spesso dipinti e che acconsentano ad una svolta epocale che potrebbe sbloccare la situazione europea sotto molteplici punti di vista (sociale, economico, finanziario)”, conclude De Michelis
I numeri del Pil nel quarto trimestre del 2018 dovrebbero essere pubblicati il 14 febbraio. In quel momento sapremo se, nella seconda metà dell'anno, il Paese è scivolato in una recessione tecnica, ossia quando si registrano due trimestri consecutivi di crescita negativa
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