Nazioni e sostenibilità: chi vince e chi perde
Scandinavia al top, mercati emergenti fanalino di coda. E parecchie sorprese. Ecco l’ultimo Country Sustainability Ranking di RobecoSAM sulle credenziali Esg di 65 Paesi
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Alcuni casi emblematici di crisi societarie avvenuti in passato hanno dimostrato che l’analisi finanziaria non è sufficiente da sola per prevedere certi rischi. È questa in fondo la ragione per cui è nata l’analisi Esg, che prende in considerazione anche criteri relativi alla sostenibilità ambientale, sociale e di governance, per capire meglio la qualità di una società non solo a livello attuale ma anche proiettata nel futuro: un percorso iniziato in maniera pionieristica anni fa da parte di pochi operatori di mercato, e oggi diventato in qualche modo mainstream.
Tra i pionieri in questo campo spicca AllianzGI, che ha lanciato dei fondi Esg già nel 2002 e oggi integra tali criteri in tutte le decisioni di investimento e in tutte le asset class. La società vanta un buon numero di anni per tracciare un bilancio, per capire se l’integrazione dell’analisi sui criteri di sostenibilità non è soltanto utile alla collettività ma anche a generare performance positive per gli investitori. Su questo punto si è espressa in termini molto chiari Isabel Reuss, head of Sri research di AllianzGI, in un’intervista a margine dell’ultima edizione del Salone del Risparmio, spiegando che, sebbene gli investimenti sostenibili siano di lungo termine, questo genere di approccio è in grado di dare buoni risultati anche su orizzonti temporali più brevi.
“Sono anni che utilizziamo questa metodologia, e abbiamo un track record consolidato che ci permette di dire che i nostri fondi danno ottime performance”, ha detto Reuss. L’esperta ha spiegato che l’impegno di AllianzGI si articola su tre pilastri. In primo luogo, l’approccio integrated Esg, che non si esaurisce in un’informazione nata dalla ricerca Esg proprietaria data a tutta la piattaforma dei gestori, ma prevede anche la necessità di un giudizio sui titoli che risultano meno virtuosi sul lato degli elementi intangibili: “oggi il gestore che ha in portafoglio un titolo con rating Esg basso deve giustificarlo. Deve dire: conosco il rischio, lo prendo consapevolmente e lo prendo per queste ragioni”, ha argomentato Reuss. Questo è uno dei pilastri dell’analisi integrata Esg di AllianzGI.
Un secondo pilastro riguarda i criteri Sri. “In questa metodologia, di cui mi occupo, integriamo molti data provider. Abbiamo dati dal 2007, e questo storico ci dà una maggiore capacità di interpretare”, ha spiegato Reuss. Inoltre AllianzGI dà il rating a tante aziende ma concentra l’analisi su ciò che hanno in portafoglio o hanno intenzione di comprare. “Essendo gestori attivi, concentrarci su un numero limitato di aziende ci consente di fare engagement, di parlare con le aziende, di essere azionisti attivi, e questo ci aiuta a comprendere meglio i rischi”, ha aggiunto.
Il terzo pilastro dell’approccio integrato è quella dell’impact investing, cioè investimento che intendono generare un impatto sociale e ambientale positivo, oltre a perseguire un obiettivo di rendimento finanziario. “Su questo fronte siamo presenti per esempio nell’azionario con il fondo Allianz Climate Transition e sul reddito fisso con Allianz Green Bond, che a dispetto di quanto si possa pensare investe su un universo molto diversificato. Il primo investe sul mercato europeo sulla base di una selezione dei best in class o sulla base dei best effort: sul clima occorre fare selezione ma non si possono escludere tutti i settori, quindi investiamo anche su aziende che pur non operando in settori non propriamente ecologici (per esempio l’acciaio o l’energia) fanno grandi sforzi per diminuire l’impatto climatico”, ha sottolineato Reuss.
Il motivo di questa inclusione è che non si può limitare troppo l’universo di investimento, ma anche perché “il cambiamento climatico è un fenomeno complesso che non deve essere analizzato solo sotto il profilo ecologico, ma anche quello sociale e di governance”, ha concluso la manager.
