Quando arriverà la ripresa la maggior parte della domanda di energia sarà soddisfatta da fonti non fossili, sostiene uno studio State Street Global Advisors
Carlo M. Funk, Head of EMEA ESG Investment Strategy State Street Global Advisors
Come cambia il settore dell’energia dopo lo choc della pandemia, che ha avuto un impatto su tutti i settori e ha evidenziato la forte interconnessione globale degli scambi, e alla luce di un altro problema che non è certo scomparso, cioè il cambiamento climatico? Sul tema si dilunga una corposa analisi firmata da Carlo M. Funk, Head of EMEA ESG Investment Strategy State Street Global Advisors, assieme a Kingsmill Bond, New Energy Strategist della Carbon Tracker Initiative, think tank finanziario indipendente che analizza l’impatto della transizione energetica sui mercati dei capitali e il potenziale investimento in combustibili fossili dal costo elevato e con un alto consumo di carbonio. L’analisi riflette, in particolare, sulla possibilità che la crisi possa cambiare il nostro atteggiamento nei confronti della minaccia del riscaldamento globale.
“Il settore energetico tradizionale si trovava già prima della pandemia in una condizione vulnerabile, con gli investitori in apprensione per i rischi finanziari e i governi sempre più preoccupati per l’impatto sulla salute pubblica causato dall’inquinamento, la dipendenza dalle importazioni e l’incombente disastro climatico”, recita l’analisi.
In modo abbastanza evidente, la crisi innescata dalla pandemia e lo stop ad attività produttive e spostamenti ha portato a una rapida diminuzione della domanda di combustibili fossili, che secondo gli esperti potrebbe non superare mai più i picchi registrati nel 2019, visto che “quando l’economia sarà sulla via della ripresa, la maggior parte della crescita della domanda di energia potrà essere soddisfatta da fonti rinnovabili”.
“Nel 2018 abbiamo stimato che la domanda di combustibili fossili avrebbe raggiunto il picco nel 2023 se il tasso di crescita delle tecnologie per le energie rinnovabili fosse rimasto costante. I prezzi delle azioni del comparto hanno sottoperformato per un decennio, tanto che il valore del settore del petrolio e del gas è passato dal 15% a meno del 5% del mercato azionario statunitense”, commentano Funk e Bond.
Peraltro, quando un settore si avvicina al suo picco strutturale e si trova in una fase di recessione ciclica, spiegano gli esperti, il picco della domanda è tipicamente avanzato di qualche anno. “Questo è esattamente quello che è successo all’industria dell’energia elettrica europea durante la crisi del 2008. La domanda di combustibili fossili per l’elettricità è crollata e non ha mai più raggiunto i livelli del 2007, perché quando c’è stata una ripresa della domanda di elettricità, le energie rinnovabili erano già in grado soddisfare la crescente richiesta. I prezzi delle azioni sono scesi fino al 90%, perdendo 150 miliardi di dollari in termini di asset. L’industria dell’elettricità ha subito una radicale ristrutturazione ed è stata costretta ad abbracciare le energie rinnovabili”.
E adesso? La pandemia di COVID-19 servirà ad accelerare questo trend? Gli esperti ne sono convinti. “L’impatto a breve termine della pandemia sulle rinnovabili potrebbe essere elevato, in quanto quest’anno la carenza di fornitura di componenti e le crisi aziendali avranno molto probabilmente un impatto sulle società del settore. Ma c’è un’enorme differenza tra la sfida che affronta un potente operatore tradizionale a bassa crescita e quella di un nuovo player, più piccolo, ma con crescita elevata.
Dalla grande crisi finanziaria scoppiata nel primo decennio del secolo, il costo delle tecnologie per le rinnovabili è diminuito di oltre il 90%. Inoltre, in molti Paesi il costo della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili risulta già oggi inferiore a quello dei combustibili fossili.
In questo contesto, secondo Funk e Bond i governi dovrebbero indurre le aziende ad agire concretamente, proprio come è successo ad alcune società costrette ad accettare gli standard di efficienza dopo la crisi finanziaria globale. In parallelo, “è sempre più chiaro che i governi dovranno adottare ingenti stimoli e prendere decisioni difficili in merito ai sussidi e alle imposte sui combustibili fossili. Al contempo dobbiamo evitare fallimenti e perdite di posti di lavoro su larga scala e garantire che i dipendenti acquisiscano nuove competenze per svolgere un ruolo attivo nella crescente rivoluzione delle rinnovabili”.
Tutto questo evidenzia che le opportunità di lungo periodo per le energie rinnovabili dovrebbero rimanere solide. “Garantire la crescita delle energie rinnovabili è una sfida, ma anche un modo per far ripartire le economie e scongiurare le conseguenze del cambiamento climatico”.
I prezzi bassi dei combustibili fossili nel breve termine saranno probabilmente insufficienti a guidare una ripresa strutturale della domanda, a causa dei costi fissi elevati e della concorrenza delle rinnovabili sulle curve di apprendimento della tecnologia, fattore che permette a queste ultime di vedere il proprio prezzo ridursi ogni anno. “La produzione di alcuni combustibili fossili, se venduti al di sotto di una certa fascia di prezzo, non è sostenibile economicamente”, sottolinea la ricerca.
Inoltre, a causa della crisi climatica, “i governi non possono permettersi di perdere i benefici legati all’efficienza. È incoraggiante il fatto che tutto ciò stia accadendo, soprattutto in Europa, dove la Commissione Europea sta pianificando di decarbonizzare l’economia e di attuare misure per determinare il prezzo del carbonio”, concludono gli esperti.
Molti governi fanno leva su questa situazione per sbloccare i sussidi ai combustibili fossili e usare gli stimoli per incentivare i programmi di sviluppo di energia pulita. I gestori alla finestra
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