A caccia di coperture
Dell’Aringa (Università Cattolica): “Senza è difficile che si realizzi il contratto di governo. Si ripeterebbe quello che è successo nel 2011, con forti riflessi negativi sul debito pubblico”
2,30 min
L’Italia rimane sotto i riflettori per quattro eventi chiave: la nota di aggiornamento al Def presentata dal Governo, la presentazione del disegno di legge di bilancio in Parlamento a metà ottobre, gli annunci sul rating al debito italiano da parte di S&P e Moody’s nella seconda metà di ottobre e infine la revisione del bilancio 2019 da parte della Commissione Europea ai primi di novembre.
I vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, hanno ribadito più volte l’importanza di mantenere le promesse elettorali, come la revisione della riforma delle pensioni e il reddito minimo universale, il congelamento dell’Iva e la riforma della tassazione personale e aziendale. “L’implementazione immediata di tutte le misure avrebbe un costo pari a circa il 7% del Pil – fa notare Marcela Meirelles, managing director fixed income di Tcw – L’aggiornamento del Def non include tutte le misure promesse in campagna elettorale, ma riteniamo improbabile che il Governo vi rinunci completamente”.
Quanto margine ha l’Italia per aumentare la spesa senza compromettere la sostenibilità già precaria del debito? “Non molto – risponde Meirelles – La crescita del Paese continua a essere bassa, quindi è necessario uno sforzo sistematico per mantenere stabile il rapporto debito/Pil. Dal momento che l’Italia spende già il 3,5% del Pil per il pagamento degli interessi, per mantenere il deficit complessivo a livelli accettabili occorre un avanzo primario stabile pari almeno all’1,5% del Pil”.
Gli investitori ora scrutineranno con attenzione l’aggiornamento del Def e i parametri sottostanti. “Per esempio, un ottimismo eccessivo nei confronti della crescita, e di conseguenza un’attesa sovrastimata dei ricavi, sarebbe controproducente – prosegue l’esperto di Tcw – Le stime sul Pil 2018 e 2019 dovrebbero essere riviste al ribasso dello 0,2-0,3%, all’1-1,2% del Pil reale per il 2018/2019, per tenere conto della perdita di slancio dell’attività iniziata nel primo trimestre di quest’anno. Anche i costi di finanziamento più elevati dovrebbero essere presi in considerazione, soprattutto alla luce dei piani della Bce di terminare l’espansione del bilancio entro la fine dell’anno”.
Un deficit al di sotto del 2% del Pil sarebbe stato molto apprezzato dal mercato, ma non avrebbe lasciato quasi nessun margine per l’ambizioso piano di stimoli promesso durante la campagna elettorale. “Non è comunque da escludersi una futura adozione graduale delle misure di stimolo, concentrata sulla riduzione della povertà e sulla creazione di posti di lavoro – argomenta ancora Meirelles – È un approccio interessante, che sarebbe probabilmente sufficiente a impedire che l’Italia perda lo status di investment grade nel prossimo anno e potrebbe persino essere positivo per la crescita. Sono più preoccupanti invece la perdita di slancio nelle riforme economiche e lo smantellamento degli sforzi precedenti, come la riforma del mercato del lavoro e la riforma delle pensioni – conclude – Questo trend potrebbe avere un forte impatto sul giudizio delle agenzie di rating in merito all’appartenenza dell’Italia all’universo investment grade”.
