Eurozona: la crescita rallenta. Serve un cambio di marcia
Gli investitori dovranno ripensare radicalmente la propria gestione dei rischi di mercato
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Articolo pubblicato su FR MAGAZINE | Ago – Set 2018 |
“Il contratto di governo, qualora si realizzasse, avrebbe degli effetti negativi sugli investimenti e sull’economia”. Carlo Dell’Aringa, professore emerito di Economia Politica presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università Cattolica di Milano e direttore del Centro di Ricerche Economiche sui problemi del Lavoro e dell’Industria, analizza le possibile ricadute sull’economia italiana del contratto di governo sottoscritto da Movimento 5 Stelle e Lega.
Nel contratto di governo si parla dell’introduzione della Flat tax e del reddito di cittadinanza…
Sono interventi che comportano sia una forte riduzione delle entrate sia un forte aumento delle spese per il bilancio pubblico. Quindi, innanzitutto, andrebbero valutati a seconda se si trovassero le coperture o meno.
Se non si trovassero?
Saremmo in presenza di una manovra fiscale espansiva che avrebbe forti riflessi negativi sul debito pubblico. Il saldo netto di questi interventi sarebbe negativo perché non avrebbe il tempo di produrre effetti positivi sul Pil, perché al contempo ci sarebbe un peggioramento delle condizioni di rifinanziamento del nostro debito pubblico, un aumento dei tassi di interesse e del costo del denaro. Questo avrebbe degli effetti negativi sugli stessi investimenti e sull’economia. Si ripeterebbe quello che è successo nel 2011: un forte aumento de debito provocherebbe una caduta di affidabilità del nostro Paese nei confronti dei capitali stranieri, con ricadute sullo spread, i tassi d’interesse e sull’economia.
Se si trovassero le coperture invece?
Essendo le spese molto ingenti si fa fatica a capire quali risparmi all’interno dei conti pubblici si potrebbero fare. Parliamo di decine e decine di miliardi e non si vede, anche attraverso una razionalizzazione dei conti pubblici, come il governo potrebbe riuscirci. In definitiva, i punti del contratto sono irrealizzabili. Il ministro dell’Economia ha già detto che i vincoli che dovremmo abbattere per sostenere questi punti sarebbero molto elevati.
A cominciare dalle regole europee…
Non si tratta solo di questo. Penso ai mercati internazionali che reagirebbero molto male, ancor prima delle autorità europee, in termini di aumento dei tassi d’interesse.
Quali ricadute avrà invece il decreto Dignità sulle imprese e sui lavoratori?
Un aumento del costo del contratto a tempo determinato ci può stare per indurre le imprese ad attivarne di meno. Ma al contempo il governo avrebbe dovuto rendere più appetibile il ricorso al contratto a tempo indeterminato. Come si era fatto qualche anno fa, quando venne introdotta la decontribuzione dell’indeterminato. Ecco, andrebbe reintrodotta.
Con questo decreto quali contratti attiveranno le imprese?
Difficile che aumentino i contratti a tempo indeterminato perché lo stesso decreto, come detto, comporta un ulteriore disincentivo e un aumento dei costi dei contratti a tempo indeterminato. Penso all’aumento dei costi che le imprese dovranno sostenere in caso di licenziamento. Difficile pensare che le aziende si rivolgano verso contratti più favorevoli ai lavoratori. Certamente potrebbero virare verso rapporti di lavoro ancora più flessibili: dalle partite Iva, alle collaborazioni fino ai voucher. Mi sembra strano che, laddove si ha l’intenzione di voler fare una lotta al precariato, si inducono le imprese ad andare verso forme di lavoro ancora più precarie.
