(Quasi) tutti pazzi per i coronabond
L’emissione di eurobond per far fronte al disorientamento dei mercati è sulla bocca di tutti, ma i leader UE non trovano l’accordo. Il Mes potrebbe essere una soluzione, anche se non l’unica
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L’appello lanciato da Mario Draghi attraverso le colonne del Financial Times sembra esser caduto nel vuoto. L’invito rivolto ai governi europei a far fronte con tutti i mezzi fiscali possibili e necessari alla crisi “senza precedenti” provocata dall’epidemia di coronavirus è rimasto inascoltato ieri sera nel corso del Consiglio Europeo nel quale non è riuscito a trovare un accordo sulle misure di emergenza (eurobond) richieste da Italia, Spagna, Francia ed altri sei paesi della zona euro.
Germania e Olanda avrebbero posto il loro veto su misure di mutualizzazione del debito fra gli Stati membri, sia in forma permanente – eurobond – che temporanea per fra fronte all’emergenza – coronabond.
“L’ipotesi coronabond trova un suo ragionevole fondamento nella genesi della crisi in atto, indotta cioè da un fattore assolutamente esogeno come il virus, che sta toccando in modo progressivamente uniforme tutti i paesi dell’area”, spiega a FocusRisparmio Antonio Cesarano, chief investment officier di Intermonte Sim.
Per l’esperto una soluzione percorribile tecnicamente “sarebbe stata architettare lo strumento di debito comune con una garanzia ad esempio del meccanismo Esm, emulando lo schema del veicolo speciale (Spv) utilizzato, ad esempio, dalla Fed per disegnare diverse delle misure di supporto all’economia con la garanzia dello stato”.
In questo quadro le Borse del Vecchio continente stamattina scambiano in territorio negativo fin dall’avvio delle contrattazioni ma con un calo molto più contenuto rispetto a quelli mostrati nelle settimane precedenti. Negli Stati Uniti la volatilità die listini azionari sintetizzata dall’indice Vix, è scesa del 4,5% a 61 punti.
Al termine del confronto in teleconferenza, durato sei ore, si è convenuto di dare ai tecnici dei rispettivi ministeri delle finanze due settimane di tempo per trovare nuovi strumenti finanziari in grado di portare risorse ai paesi più in difficoltà. I 27 leader hanno concordato sull’utilizzo immediato delle risorse contenute nel fondo Salva Stati, alle quali ogni paese potrà attingere fino ad un massimo del 2% del suo Pil.
Di fatto la politica europea ha scelto di non seguire la via dettata da Draghi e dalla Banca centrale europea, che ieri ha compiuto un gesto storico, rivedendo i parametri per gli acquisti delle obbligazioni. Il Pandemic Emergency Purchase Program, da ieri attivo, non avrà limiti, potrà superare i 750 miliardi inizialmente previsti, operando senza costrizioni anche per quanto riguarda gli acquisti.
“Sul fronte Bce il bazooka è stato continuamente amplificato, fino all’ultima modifica rappresentata dall’, a fronte di un cap precedente del 33% nel caso di titoli governativi”, sintetizza Cesarano, che ritiene che anche la Bce verosimilmente si troverà di fronte alla necessità di amplificare il bazooka ad aprile, se è corretta l’ipotesi di una possibile forte crisi di liquidità in vista, in corrispondenza della fase di lockdown Usa.
