Conte striglia le banche: “Potete e dovete fare di più”
Il premier chiede di erogare prestiti in 24 ore. Intanto l’Abi certifica lo sforzo: al 20 maggio quasi 304 mila richieste per oltre 13,8 miliardi

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“Sotto il profilo delle valutazioni le banche italiane si trovano in una situazione molto difficile. Il settore finanziario è stato uno dei più penalizzati e da inizio anno perde 30%, la performance peggiore dopo quella dell’energia che risente del calo del petrolio”. Alessandro Allegri, ad di Ambrosetti Sim, ritiene che nel breve periodo ci si debba muovere con estrema cautela sul settore bancario, ma che comunque nel settore è in corso una trasformazione da cui dovrebbero uscire vincitori e vinti, in particolare in un’ottica di lungo periodo.
I numeri sono molto negativi e la situazione non dovrebbe cambiare nel breve periodo. Si potrebbe certamente pensare a un recupero sulle banche che si trovino in situazione di sottovalutazione, ma in realtà se vediamo le dinamiche del recupero avviato dall’inizio del trimestre notiamo che l’energia ha recuperato il 15%, il tech il 20%, ma le banche solo il 5%.
Questo è un trend che non riguarda solo le banche italiane – anche se magari qui il settore risente maggiormente dell’instabilità politica e dello spread – ma tutto il settore europeo. Chi oggi decide di investire sul settore sa che probabilmente sta facendo una scommessa non premiante al momento, che potrebbe avere risultati in ottica molto ampia, in ottica strategica e non tattica.
In parte sì, si era già mossa Intesa Sanpaolo e sicuramente altre banche seguiranno, il discorso dei potenziali accorpamenti potrebbe in effetti scatenare dei movimenti da parte degli investitori. Ma in questo momento non vediamo un settore italiano in grado di staccarsi dall’andamento generale in Europa. Anche perché ci sono altre preoccupazioni che tengono banco.
Oggi la cosa che preoccupa di più – ed è un problema che non riguarda solo le banche italiane, bensì un problema internazionale – è che le banche stanno supportando finanziariamente aziende in difficoltà che forse dimostreranno di non avere un’adeguata solidità di business e redditività sufficiente a restituire i presti, con il rischio che le banche si trovino di fronte a una seconda ondata di NPL (non performing loans) che potrebbe mettere in crisi le valutazioni patrimoniali da parte delle banche centrali.
Il settore bancario sta andando verso una riorganizzazione quasi totale del modello di business, sicuramente accelerata dall’attuale situazione di crisi, ma che era già in atto nel precedente quadro economico. In precedenza, sia il contesto di mercato sia l’evoluzione regolamentare aveva già avviato un cambiamento nel modello di business, e non solo, all’interno del settore bancario.
Dopo la profonda crisi finanziaria che si era abbattuta sui mercati, in cui le banche erano finite nell’occhio del ciclone e si era acceso un faro sul problema dei requisiti patrimoniali, i player del settore avevano già iniziato a rivedere i propri modelli. Una trasformazione poi imposta anche dalla dinamica dei tassi di interesse, perché con tassi quasi a zero, o a zero o addirittura negativi, che non portano redditività alla banca, la riorganizzazione deve necessariamente passare attraverso la nascita di nuovi servizi dal punto di vista finanziario. Sarà essenziale ricercare fonti di ricavi alternative. Purtroppo però non tutte le banche sono pronte o strutturate in maniera adeguata.
Sul mercato si vedono entità che ancora vivono di attività più tradizionali, in pratica basate sui prestiti, che in questo momento non offrono un’efficienza ottimale, e sistemi bancari che si sono messe a lavorare di più sui servizi, come il risparmio gestito e la consulenza, perseguendo quindi un modello di business più stabile.
Il mercato sta premiando le reti finanziarie più che le banche di carattere tradizionale e questo lo si sconta sui prezzi.
Ovviamente vedremo un percorso di efficientamento dei costi e la revisione delle modalità operative, che sicuramente sono già in atto. La crisi Covid ha appesantito la situazione finanziaria ma anche determinato l’assunzione di un impegno da parte delle banche, che ora si stanno sostituendo allo stato per offrire alle imprese la stabilità finanziaria ed economica necessaria. Ma questo servizio per sostenere il sistema avrà una redditività molto bassa, pertanto questo avrà impatti negativi sul sistema, oltre al possibile rischio di crescita degli NPL.
Poi ovviamente c’è il processo di digitalizzazione, ormai inevitabile. Il punto sarà riuscire a capire quanto questo processo accelererà e con quali modalità, quanto coinvolgerà le reti. Adesso è complicato fare una valutazione precisa di questa dinamica ma oggi i servizi ad alto valore aggiunto sono indirizzati soprattutto verso la clientela private e corporate. I protagonisti del settore dovranno però occuparsi anche del mass market e questo probabilmente avverrà con servizi digitali con un elevato grado di dematerializzazione, che porterà con sé anche la necessità di avviare percorsi di formazione dei dipendenti.
Il mercato sta già cambiando e tra qualche anno avremo pochi big dimensionalmente importanti con un ruolo generalista, e realtà più piccole efficienti e specializzate. Le media sono quelle che potrebbero patire di più perché hanno costi alti e spesso non sono riconosciute come marchio leader. Questo non accadrà solo al settore bancario ma anche in molti altri settori.
Occorrerà anche affrontare la potenziale concorrenza sui servizi bancari da realtà tecnologiche in grado di sfidare le banche su servizi come i pagamenti elettronici o le piattaforme di advisory.
Chi saprà rispondere alle sfide e adeguare i modelli di business ne uscirà vincente.
