4 min
Parola della Corte dei conti Ue, che rileva costi ancora elevati e difformi, barriere all’ingresso e norme diverse in materia di vigilanza. “Pochi benefici per gli investitori”
L’obiettivo non è stato raggiunto. La sonora bocciatura al mercato unico dei fondi di investimento arriva dalla Corte dei conti europea che, in una relazione speciale in cui fa il punto sul tema, sottolinea in particolare come non si siano concretizzati i benefici per gli investitori, visti i costi ancora elevati e difformi tra un Paese all’altro e le barriere all’ingresso sul mercato. Non solo: i giudici contabili comunitari evidenziano anche come le attività transfrontaliere restino di fatto episodiche e come, in tutti gli Stati membri, la vigilanza non sia ancora uniforme, la tutela degli investitori resti debole e il monitoraggio dei rischi sistemici sia inadeguato.
Fondi di investimento, il quadro Ue
Nel 2020 i fondi d’investimento dell’Eurozona detenevano quasi 19.000 miliardi di attività, con circa il 70% del mercato concentrato in appena quattro Stati: Lussemburgo, Irlanda, Germania e Francia. Per promuovere un settore sano e produttivo e per tutelare gli investitori, Bruxelles è intervenuta e ha definito un quadro normativo in modo che in tutto il mercato unico venissero applicate norme simili.
“La speranza era che una maggiore integrazione del mercato dei fondi d’investimento avrebbe consentito alle imprese dell’Ue di diversificare maggiormente le fonti di finanziamento e offerto agli investitori maggiore tutela e più ampie possibilità di scelta – ha spiegato Rimantas Šadžius, il membro della Corte responsabile dell’audit -. Invece, le barriere transfrontaliere permangono, gli Stati membri applicano ancora norme diverse in materia di vigilanza e non tutti i potenziali benefici si sono concretizzati”.
Pochi benefici per gli investitori
La Corte ha insomma riscontrato che alcune debolezze persistenti limitano ancora oggi i benefici che il mercato degli investimenti dell’Ue potrebbe offrire. Rare sono tuttora, secondo i giudici contabili, le attività d’investimento veramente transfrontaliere: nella maggior parte dei Paesi, i fondi d’investimento sono prevalentemente distribuiti sul mercato interno. La Corte ha poi rilevato che molti dei benefici attesi per gli investitori, quali commissioni meno elevate e maggiori possibilità di scelta, non si sono concretizzati: i costi continuano ad essere elevati e variano notevolmente da uno Stato membro all’altro.
Persistono inoltre le barriere all’ingresso sul mercato, il che significa che non vi sono ancora condizioni di parità, e alcuni dei problemi che incidono sul mercato, quali la tassazione, la domanda locale e le modalità con cui i gestori patrimoniali scelgono di distribuire i rispettivi fondi d’investimento. Problemi che non possono essere risolti tramite interventi normativi a livello comunitario.
Poca trasparenza, anche sui prodotti Esg
Le azioni Ue hanno contribuito ad una maggiore trasparenza dei fondi d’investimento, secondo la Corte. E rispetto al passato, gli investitori sono meglio informati sui rischi, sulla performance e sui costi degli investimenti. Ma ci sono ancora notevoli difficoltà nel confrontare i fondi disponibili in tutta l’Unione. E non esiste un’adeguata protezione, ad esempio, dai costi indebiti dovuti all’opacità delle pratiche di vendita o alla consulenza tendenziosa degli intermediari finanziari che li orientano verso prodotti non adatti alle loro esigenze.
In particolare, l’ecologismo di facciata, il cosiddetto greenwashing, è un problema in questo contesto: la Corte rileva che l’etichetta Esg per i fondi sostenibili da un punto di vista sociale ed ambientale non è attualmente regolamentata e si presta ad essere indebitamente utilizzata per vendere prodotti che non rispettano elevati standard etici.
I limiti della vigilanza
Pessimo risultato anche su fronte della vigilanza, che non è uniforme ed è scarsamente efficace. L’agenzia Ue competente, l’Esma, a detta della Corte si è adoperata per promuovere la convergenza in materia, migliorandola leggermente e riducendo le differenze, ma poiché deve affidarsi alla buona volontà delle autorità nazionali e alla disponibilità del proprio consiglio delle autorità di vigilanza per ricevere informazioni, dispone di pochi elementi per stabilire se viene assicurato in tutti gli Stati membri un livello equivalente di controllo e non è in grado di misurare se siano stati compiuti progressi riguardo alla convergenza in materia.
Cambiare approccio normativo
L’audit solleva dubbi anche sul fatto che l’approccio legislativo della Commissione sia adeguato all’obiettivo da raggiungere: la normativa che disciplina i fondi d’investimento transfrontalieri è composta prevalentemente da direttive, ossia da atti normativi che gli Stati membri devono recepire nei propri ordinamenti emanando versioni nazionali delle norme che tengono conto della loro interpretazione e della situazione interna. Questa prassi genera significative differenze normative nei diversi Stati membri, a detta dei giudici Ue.
La Corte ha formulato quindi una serie di raccomandazioni al fine di migliorare la situazione, avvertendo però che revisioni marginali del quadro giuridico non basteranno a realizzare un vero mercato unico. Per i giudici Ue serve insomma un diverso approccio normativo sul tema.
.
Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter!
Registrati sul sito, entra nell’area riservata e richiedila selezionando la voce “Voglio ricevere la newsletter” nella sezione “I MIEI SERVIZI”.