Ceo italiani, l’intelligenza artificiale è un imperativo per lo sviluppo delle aziende
SAP Italia ha realizzato, in collaborazione con The European House – Ambrosetti, il rapporto 'La realtà dell’Intelligenza Artificiale'
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La tecnologia distruggerà il lavoro? Da anni si sentono frasi come “i robot ci ruberanno il lavoro”. Frasi che nel contesto della Grande Recessione seguita alla Grande crisi finanziaria, in cui molti posti di lavoro sono stati distrutti, possono suonare macabre. È veramente così? “Fra le visioni estreme di chi abbraccia con entusiasmo la tecnologia e chi invece la osteggia, è molto probabile che cadiamo in un equilibrio intermedio – risponde Luca Tobagi, Cfa investment strategist di Invesco – Più interessante, a mio parere, è interrogarsi sul perché e quali prospettive potrebbero derivarne per i mercati”.
E la risposta a questo interrogativo?
Mi sono messo a cercare dati. Curiosamente, per quanto si parli di robot, non è semplice reperirne di attendibili. La International Federation of Robotics ne raccoglie alcuni. Che ci mostrano come le economie in cui la presenza di robot è maggiore hanno i tassi di disoccupazione minori. Se fosse vera la vulgata classica che la tecnologia elimina posti di lavoro, le economie con una maggiore penetrazione di robot dovrebbero mostrare tassi di disoccupazione più elevati. Invece sembra vero il contrario.
Come se lo spiega?
Ho due ipotesi, che non si escludono a vicenda. La prima è che la tecnologia abbia un impatto positivo sulla produttività, in particolare del lavoro più costoso e a più alto valore aggiunto, rispetto a quello che crea un minore valore aggiunto.
E la seconda?
La seconda è che la tecnologia e i robot possano sostituire il lavoro laddove c’è carenza di offerta. In un esempio banale: non si riescono a trovare tutti gli operai specializzati che servirebbero in Giappone? Li sostituiamo con un robot. Ma sostituiamo quelli che vorremmo assumere e mancano, non eliminiamo chi già lavora. Queste due ipotesi presentano un lato positivo: sono compatibili con un’evidenza empirica che da tempo sfida la consolidata relazione fra inflazione e disoccupazione della famosa curva di Phillips, in base a cui la riduzione del tasso di disoccupazione spinge al rialzo l’inflazione. In alcuni Paesi ormai il tasso di disoccupazione ha raggiunto livelli molto bassi, mentre l’inflazione, riportata faticosamente in territorio positivo con le manovre non convenzionali delle Banche Centrali, non raggiunge gli obiettivi di politica monetaria. Non possiamo escludere che la tecnologia, aumentando la produttività del lavoro, in particolare quello più costoso in termini di salario, possa aver contribuito a tenere a freno la dinamica dei prezzi. Questo è un altro argomento controcorrente: molte analisi e serie di dati mostrano una tendenza decrescente della produttività. Non amo andare contro l’evidenza; qui stiamo solo ragionando, ma bisogna sottolineare come la quantificazione della produttività sia uno dei compiti più sfuggenti e complessi.
Quali gli effetti sui mercati?
Innanzitutto, se la disoccupazione non fosse destinata ad aumentare per effetto della tecnologia, la traiettoria dei consumi, elemento preponderante nella composizione del Pil dei Paesi più avanzati, avrebbe un problema in meno da fronteggiare, con ripercussioni positive per la crescita economica. In secondo luogo, se l’inflazione rimanesse su livelli moderati ancora a lungo, le Banche Centrali avrebbero meno pressioni ad agire per restringere le proprie politiche monetarie accomodanti. Dato il ruolo cruciale che esse hanno svolto negli ultimi anni, gli investitori pensano a come posizionarsi in una fase di normalizzazione, ed è facile comprendere l’importanza dell’eventualità, che ritengo inattesa dal consenso, di un’azione più morbida delle aspettative in un contesto benigno, e non a causa di nuove difficoltà.
