Dazi, la Cina rallenta. Esperti divisi sul Dragone
La guerra commerciale arriva in un momento delicato per il Celeste Impero. Ma per alcuni a rimetterci di più sarà solo l’America
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America first, certo. Ma cosa accade se nella guerra dei dazi avviata dagli Usa finiscono per essere travolte proprio le società statunitensi? In primis per le ritorsioni. Di recente l’amministrazione di Donald Trump ha annunciato misure per un valore di 200 miliardi di dollari sui prodotti importati dalla Cina e Pechino ha risposto promettendo tariffe per 51 miliardi sulle merci Usa.

In questo quadro, le società fortemente dipendenti dai consumi domestici non dovrebbero avere problemi, anzi dovrebbero sovraperformare il mercato nel caso in cui le tensioni commerciali aumentino, come afferma un recente report di Goldman Sachs firmato da un team guidato dal chief US strategist David Kostin. Quelle invece con un’esposizione superiore al 10% verso la Grande Cina sono a rischio nel caso di escalation sulla guerra di dazi, per effetto delle ritorsioni da parte di Pechino. Alcune delle società più esposte si trovano nell’information technology (come Skyworks Solutions, Qualcomm, Micron Technology, Intel, Apple, Texas Instruments), nel settore consumer (Wynn Resorts, Mgm Resorts, Boeing, Nike) e nell’helthcare (Agilent Technology, PerkinElmer).

Secondo Bin Yu, senior portfolio manager e head of China equities di Neuberger Berman, il punto è che le aziende Usa rischiano non solo per effetto delle contro-tariffe imposte dalla Cina: molte aziende americane possono essere danneggiate anche dagli stessi dazi Usa, finendo così travolte da una sorta di fuoco amico. “La maggior parte di quei 500 miliardi di dollari di beni cinesi importati dagli Usa viene prodotta da società statunitensi in Cina per i consumatori americani. Apple, da sola, importa ogni anno dalla Cina hardware per 50 miliardi di dollari. Gran parte del resto sono componenti elettronici e meccanici fabbricati da società taiwanesi, coreane o europee per le aziende statunitensi”, spiega l’esperto di Neuberger Berman. C’è poi l’effetto negativo dei dazi imposti da Pechino: uno è quello diretto, che rende i prodotti più costosi per effetto dei dazi e rischia di deprimere le vendite. L’altro è quello psicologico e culturale: molte società Usa hanno investito molto per costruire marchi solidi nel mercato cinese (come Apple, che genera oltre il 25% dei propri utili proprio nel Paese asiatico. E la guerra dei dazi, dice Bin Yu, potrebbe creare una rivolta dei consumatori cinesi verso i brand statunitensi, come già accaduto con i prodotti giapponesi ai tempi delle dispute territoriali tra Pechino e Tokyo.
Certo, gli indici Usa corrono da tempo, ma un team di strategist di JP Morgan, guidato da Marko Kolanovic, sottolinea che forse è il caso di diversificare, perché gli asset Usa oggi stanno vivendo una botta di adrenalina dovuta ai tagli fiscali, ma la guerra dei dazi potrebbe ridurre gli utili 2019 dell’S&P500. “Dato che la metà del commercio con la Cina potrebbe essere soggetta a tariffe, c’è la crescente probabilità che gli utili corporate debbano essere rivisti al ribasso, peggiorando il sentiment sull’azionario statunitense”, è l’opinione del team di JP Morgan.
