Fondi attivi vs Etf: il confronto in quattro grafici
Per gli Etf il 2021 ha segnato un record assoluto sulla raccolta superando il precedente massimo del 2019. Ma in Europa il 70% delle masse è investita in fondi comuni
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Negli Stati Uniti solo il 33% dei gestori di grandi capitali ha sovraperformato l’S&P 500 nei tre anni fino al 30 giugno 2021. E nel Vecchio Continente non è andata meglio: appena il 28% dei gestori azionari ha battuto l’indice S&P Europe 350. L’amara sentenza arriva da un report targato S&P Indexes Versus Active Funds, dal quale emerge che anche sul fronte della continuità i risultati non sono esaltati.
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Solo il 4,8% dei fondi migliori (top 25%) di giugno 2019 è rimasto tra i migliori anche nel terzo anno, mentre una discreta percentuale ha continuato a guidare la classifica nei successivi 12 mesi (il 53,6%).
Dunque la vecchia questione se sia meglio la gestione attiva o i fondi indicizzati è risolta? Non proprio, come fa notare Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm. “Innanzitutto – afferma l’esperto -, dobbiamo precisare che il dibattito tra attivo e passivo ci sembra leggermente sopravvalutato, poiché, in definitiva, ciò che conta è il rendimento che i clienti ricevono dopo tutte le commissioni (il rendimento netto), sia esso generato attraverso fondi o Etf. Più interessante è la distinzione tra alternative ad alto costo e alternative a basso costo, poiché i costi sono indubbiamente una componente fondamentale dell’investimento”.
Per la maggior parte degli investitori, i prodotti a gestione attiva generalmente hanno commissioni più alte rispetto alle alternative passive, ma questo, come fa notare Flax, non li porta automaticamente a scartare a priori i prodotti gestiti attivamente. “In secondo luogo – prosegue -, la maggior parte degli investimenti implica comunque una scelta attiva, persino la selezione di un Etf, il prodotto passivo per antonomasia. La selezione delle azioni (o, più tecnicamente, l’assunzione di rischi idiosincratici) non è l’unico modo per esprimere una visione attiva sui mercati finanziari. Terzo, occorre considerare come sovraperformare un indice al netto delle commissioni non sia semplice, farlo con costanza sia più difficile e saper individuare un manager in grado di farlo lo sia ancora di più”.
Il terzo punto è strettamente connesso al report di S&P Indexes Versus Active Funds, che appunto esamina le prestazioni dei fondi comuni di investimento rispetto ai benchmark e, stando al quale, a livello generale più aumenta l’orizzonte temporale, meno sono i fondi attivi che battono l’indice.
Pur essendo significativi, secondo Flax questi dati non sono particolarmente nuovi e la tendenza verso i prodotti passivi nell’ultimo decennio dimostra che gli investitori ne sono consapevoli. Ma l’esperto punta l’attenzione anche su altre evidenze dell’indagine S&P. Se infatti si guarda alle azioni europee, a quelle globali, agli Usa e aigli Emergenti, i fondi comuni di investimento hanno avuto difficoltà, ma se si analizza il Regno Unito la questione cambia. La performance è stata infatti relativamente buona negli ultimi cinque anni, con circa il 60% delle strategie che ha battuto l’indice S&P Uk.
“C’è qui un contrasto interessante – evidenzia il cio Moneyfarm -. I gestori attivi generalmente sostengono che dovrebbero sovraperformare quando i mercati sono meno efficienti, quando le scelte di investimento dovrebbero essere più complicate. Ecco perché gli Stati Uniti sono generalmente considerati un luogo difficile dove battere un benchmark. Il Regno Unito dovrebbe, semmai, essere un mercato dove è più difficile sovraperformare. Ci sono molti analisti che esaminano le azioni e in realtà non ci sono così tante azioni da guardare. Eppure, in base ai dati S&P, i manager attivi nel Regno Unito sembrano aver fatto meglio, anche se, al momento, non è facile stabilire il perché. D’altro canto, questa logica suggerirebbe che i mercati emergenti, generalmente considerati meno coperti dagli analisti finanziari, dovrebbero aiutare i gestori attivi a fare meglio. Ancora una volta, i dati a lungo termine non supportano questa idea”.
Quanto alla probabilità che un fondo con una performance forte continui a fare bene, si è visto che stando al report non è detto sia così. Nel dettaglio, per le azioni statunitensi a grande capitalizzazione (misurate rispetto all’S&P 500) solo il 12% dei fondi ha sovraperformato per tre anni consecutivi (al giugno 2019, 2020, 2021). “Un manager attivo potrebbe ragionevolmente sostenere che non si aspetta di sovraperformare ogni anno, la performance a lungo termine è ciò che conta. È giusto, ma i risultati a lungo termine non sono particolarmente lusinghieri”, osserva Flax.
Prima di tirare le somme, a detta dell’esperto, ci sono alcune precisazioni da fare. Primo, i benchmark contro cui la performance dei fondi attivi è misurata non includono le commissioni, mentre i prodotti passivi sì, anche se le commissioni sono basse. “Oggi si può ottenere un’esposizione all’S&P 500 per meno di 10 bps all’anno, quindi, si sarebbe tentati di dire che la differenza nel risultato finale dovrebbe essere piuttosto piccola”, precisa.
“Secondo – prosegue -, forse non tutti i fondi utilizzano gli indici S&P come benchmark. Nelle azioni dei mercati emergenti, ad esempio, Msci è un popolare fornitore di benchmark. Ma il confronto tra Msci e S&P/Ifci sembra suggerire che anche la differenza cumulativa tra i due indici sia piuttosto ridotta. Infine, l’analisi della performance è equamente ponderata per fondo. Quindi dà lo stesso peso a un fondo piccolo e sottoperformante rispetto a uno grande, potenzialmente sovraperformante”.
Per concludere, quindi, secondo Flax i dati suggeriscono che l’indice nella maggior parte delle regioni azionarie fa meglio della maggior parte dei fondi attivi nel medio-lungo termine. “In secondo luogo, è difficile sovraperformare costantemente un indice, al netto delle commissioni, così come è piuttosto difficile selezionare manager in grado di farlo”, conclude.
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