SCELTI DA NOI: LE NOTIZIE DEL 1 APRILE 2022
Rassegna stampa economico-finanziaria dai principali quotidiani
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Bond, la profezia della curva invertita
E rieccoci con la solita litania della curva invertita. Quando i rendimenti di breve periodo superano quelli a lungo termine, la recessione è inevitabile, dicono i ribassisti in apparente sintonia con il coro dei falsi pessimisti. I primi gioiscono non vedendo l’ora di poter finalmente vendere allo scoperto e in tranquillità le azioni; i secondi fingono angoscia nel tentativo di condizionare la banca centrale e convincerla che non è il caso di esasperare il rialzo dei tassi d’interesse: ne va dell’economia, argomentano. In realtà ne va solo della borsa alla quale gli alti tassi d’interesse non dovrebbero far bene. Quanto dopo un’inversione della curva sarebbe capitata la recessione? Da 24 a 6o mesi, spiegano gli analisti scorrendo la statistica: un tempo così lungo in cui tutto potrebbe succedere. Come nell’ottobre del ’73, quando la recessione fu innescata non dalla curva, ma dalla guerra del Kippur e conseguente embargo del petrolio arabo, che nessuno poteva immaginare; come nel ’91, quando la recessione seguì alla guerra del Kuwait o, più recentemente, nel 2020, quando la “recessione” lampo fu causata dal Covid e non dalla breve inversione della curva l’anno prima. Sostenere che la dinamica dei tassi prelude a una recessione equivale a dire che il mercato obbligazionario è capace di predire un evento bellico o la pandemia. Inoltre, è difficile credere che le recessioni del 20oo e del 2008 siano state provocate dalle precedenti inversioni della curva, anziché dalle bolle speculative (su azioni e credito) che quasi nessuno ai tempi seppe riconoscere. Di vero c’è che i rendimenti di breve periodo superano quelli di lungo quando l’economia si surriscalda, come succede nella fase finale di un ciclo: condizione del tutto normale, poiché le banche centrali alzano i tassi per contenere l’inflazione. E non è un caso che l’ossessione per la curva sia una patologia dell’ultimo decennio, generata dalla consapevolezza che l’economia e soprattutto la borsa possono ritrovare l’antica esuberanza solo grazie agli stimoli monetari.
Walter Riolfi, L’Economia del Corriere della Sera
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Dilemma verde per il risparmio gestito
Dopo una straordinaria espansione del mercato Esg a partire dal 2017, la pandemia e l’invasione della Federazione Russa in Ucraina rischiano di creare svariati grattacapi all’universo del risparmio gestito in chiave verde. Il comparto più in vista degli ultimi decenni si trova di fronte a scenari incerti. Anche in questo caso, la raccomandazione è quella di mantenere il sangue freddo, specie considerato che il settore Esg è caratterizzato da investimenti di lungo o lunghissimo periodo. Traghettare un portafoglio attraverso la normale volatilità di mercato non è semplice. Ancora più difficile è farlo durante una pandemia. Ma la missione diventa ancora più ostica se all’emergenza sanitaria si aggiunge quella bellica. E per un settore così delicato, sia per volumi sia per interesse generale, come quello Esg, ogni singola mossa dovrebbe essere ponderata anche perle potenziali conseguenze di lungo termine. Vale a dire, perle prossime generazioni, che saranno le maggiori beneficiarie degli sforzi odierni di investimenti sostenibili, sia sotto il versante ambientale sia quello sociale sia quello di governance.
Fabrizio Goria, Stampa
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I fondi alternativi puntano anche il mondo del risparmio
In uno scenario di tassi bassi che zavorrano i rendimenti obbligazionari e con i listini azionari sopra le medie storiche nonostante la correzione di inizio anno, le società di gestione del risparmio ampliano il bouquet di offerta alle asset class alternative, che potenzialmente offrono rendimenti elevati, ma a patto di rinunciare alla liquidità tipica dei titoli quotati. In un articolo di qualche giorno fa, il Financial Times ricordava come il colosso dei fondi comuni BlackRock abbia raddoppiato in cinque anni la quota di asset alternativi, arrivando a 265 miliardi di dollari. Nello stesso arco di tempo le società di gestione che hanno superato i 100 miliardi detenuti in questi asset sono passate da nove a dodici, compresi nomi conosciuti anche da noi come Invesco e Pgim. Secondo un’analisi di Boston Consulting Group, gli asset non quotati valgono 15 mila miliardi di dollari e si prevede che arriveranno a quota 22 mila miliardi entro il 2025.
Luigi Dell’Olio, Repubblica Affari&Finanza
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Disclaimer: “Scelti da noi” è un servizio offerto ai lettori di focusrisparmio.com. La rubrica offre una rapida panoramica sulle notizie dell’industria del risparmio gestito, attraverso una selezione effettuata dalla redazione. Il servizio è disponibile nei giorni feriali, dal lunedì al venerdì.
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