SCELTI DA NOI: LE NOTIZIE DEL 9 SETTEMBRE 2022
Rassegna stampa economico-finanziaria dai principali quotidiani
Btp e bond Usa, è tempo di accumulare
Nel caso il livello dell’inflazione tenda a salire al di sopra del valore del 2% su base annua, la strategia prevede il rialzo del tasso di riferimento, in misura tanto più aggressiva, quanto maggiore è lo scostamento tra l’aumento del costo della vita calcolato dagli Istituto di Statistica e il già ricordato 2%. In questa fase, in cui in Eurozona il livello dell’inflazione ha segnato ultimamente il 9,1%, causato soprattutto dall’aumento dei prezzi delle materie prime, cui non sono estranei gli effetti prodotti dalla guerra, il ricorso ad un rialzo del tasso di riferimento era inevitabile. E lo sarà probabilmente anche per le prossime riunioni, non solo di quest’anno, ma pure per una parte importante del 2023.
Angelo Drusiani, L’Economia, Il Corriere della Sera
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Inflazione da offerta, un nemico subdolo
Su dieci contribuenti che dichiarano redditi sottoposti all’Irpef, otto hanno un’imposta “effettiva” inferiore o uguale al 15%: l’attuale aliquota della flat tax per gli autonomi, spesso evocata in campagna elettorale come modello da estendere. Come si spiega? L’Irpef ha aliquote marginali che vanno dal 23% al 43%, ma il suo peso reale dipende dalle deduzioni e dalle detrazioni. Così, su circa 4o milioni di contribuenti con redditi superiori a zero, ce ne sono 31,4 per i quali l’incidenza dell’imposta netta sul reddito complessivo non va oltre il 15 per cento. Di questi, 9,4 milioni hanno addirittura un’imposta nulla. È un risultato – quest’ultimo – dovuto soprattutto alla no tax area, cioè alla detrazione per dipendenti e pensionati che azzera l’Irpef per i redditi più bassi. L’Irpef è ancora il tributo più diffuso, nonostante la proliferazione di regimi fiscali alternativi degli ultimi anni (forfettario per le partite Iva, cedolare secca sugli affitti, sostitutive sul risparmio e così via). Oggi però 17 milioni di contribuenti dichiarano meno di 15mila euro all’anno: che sia per evasione fiscale, lavori precari, part-time o difficoltà economiche è un dato di fatto. Mentre oltre il 95% del gettito Irpef arriva dagli altri 23 milioni di contribuenti e ha una distribuzione tutt’altro che omogenea.
Dario Aquaro, Cristiano Dell’Oste, Il Sole 24 Ore
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La difficile caccia agli extra profitti
Diversi Paesi hanno adottato interventi sugli extraprofitti. Nel Regno Unito a luglio è stato ratificato un provvedimento che aumenta dal 40 al 60% l’imposta sui redditi delle oil&gas, che resterà in vigore fino a quando i prezzi non si normalizzeranno. L’Eni, per dire, ha già previsto un impatto di 230 milioni di euro sul 2022. La Spagna però ha fatto qualcosa di diverso: ha tentato di limitare gli aumenti a monte, escludendo dalla determinazione del prezzo marginale dell’elettricità quella prodotta da impianti a gas. Nei giorni precedenti il vertice europeo di venerdì scorso, dove i ministri dell’Energia si sono scontrati sul price cap per il gas, Morgan Stanley ha diffuso una simulazione di che cosa accadrebbe in Germania col modello iberico, togliendo il gas dalla determinazione del prezzo marginale, quando è a 400 euro: si dimezzerebbe a 200 euro. Il mercato dell’energia è complesso, costi e margini dipendono da molte condizioni diverse. Il disaccoppiamento – o decoupling – fra prezzi del gas e dell’elettricità da altre fonti è una delle soluzioni sul tavolo. C’è un ma: il rischio che gli extraprofitti continuino a beneficiare chi brucia gas, e non le rinnovabili.
Luca Piana, Affari&Finanza, La Repubblica
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Disclaimer: “Scelti da noi” è un servizio offerto ai lettori di focusrisparmio.com. La rubrica offre una rapida panoramica sulle notizie dell’industria del risparmio gestito, attraverso una selezione effettuata dalla redazione. Il servizio è disponibile nei giorni feriali, dal lunedì al venerdì.
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