La trade war non fa paura: ottimismo sulle monete emergenti
La politica accomodante della Fed e la riduzione delle tensioni Usa-Cina offrono un quadro di sostegno per le valute
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Negli ultimi 10 anni le azioni dei mercati emergenti sono state il fanalino di coda rispetto a quelle delle altre regioni. Nel prossimo decennio sarà diverso? “In termini di valutazioni relative le azioni dei mercati emergenti sembrano al momento molto più interessanti. Nel 2009 queste azioni passavano di mano a premio rispetto all’S&P 500 e ora che questo premio si è lentamente diradato le valutazioni relative delle azioni dei mercati emergenti sono quasi ai minimi”, risponde Raheel Altaf, fund manager di Artemis IM.
Nonostante però i prezzi interessanti, gli investitori sembrano riluttanti a investire nei mercati emergenti e restano sottopesati nel contesto delle azioni globali. Cosa potrebbe indurre un cambiamento? Per rispondere a questa domanda il gestore elenca le principali preoccupazioni degli investitori. “Il rallentamento della crescita globale, la guerra commerciale di Trump e il rischio politico hanno di recente influito negativamente sugli umori dei mercati”, spiega.
Ma queste preoccupazioni sono giustificate? “Il rallentamento della crescita del Pil globale avrà un impatto più sui mercati sviluppati che su quelli emergenti, per i quali la crescita prevista è di quasi il 5% quest’anno – prosegue Altaf -. Si prevede che la Cina, che rappresenta fino al 30% dell’indice Msci Emerging Markets, crescerà di più del 6%, quindi molto più rapidamente degli Usa e dell’Europa. I mercati emergenti sono anche attrezzati meglio per affrontare un rallentamento, dato che la maggior parte di essi ha un armamentario inutilizzato, in termini di stimoli monetari e di spesa pubblica, non disponibile ai Paesi sviluppati”.
Invece, secondo il gestore, fino a questo momento ogni sviluppo negativo nella guerra commerciale fra Usa e Cina, che viene visto come una minaccia alla crescita cinese e alla globalizzazione in generale, ha dato vita a vendite indiscriminate di azioni dei mercati emergenti. “A nostro avviso – chiarisce -, l’effetto potenziale sulla Cina non è così deleterio per quest’ultima, perché la crescita dell’economia interna ha reso il Paese molto meno dipendente dalle esportazioni rispetto a prima. Nel 2018 le esportazioni rappresentavano il 19,5% del Pil cinese. Circa il 18% delle esportazioni era diretto verso gli Usa, quindi l’interscambio con gli Usa è pari ad appena il 3% del Pil cinese. A tal proposito, una perdita per la Cina potrebbe essere un guadagno per altri Paesi emergenti. Il Vietnam, per esempio, ha tratto vantaggio da un trasferimento della produzione dalla Cina, visto che le sue esportazioni verso gli Usa sono aumentate del 33% nel primo semestre del 2019”.
D’altra parte, per gli investitori nei mercati emergenti, il rischio politico è una costante. L’esempio più recente è quello dell’Argentina, dove il presidente in carica ha perso del tutto inaspettatamente le primarie con un candidato populista di sinistra, facendo crollare il valore del peso. “Ad ogni modo è improbabile che vi sia un contagio nel resto della regione – afferma Altaf -. Infatti, anche se l’Argentina fa notizia la sua importanza economica è diminuita dopo una serie di crisi, con le azioni locali che rappresentano attualmente solo lo 0,18% dell’indice dei mercati emergenti”.
Insomma, gli eventi che si susseguono nel breve termine distolgono la nostra attenzione dalle tendenze di lungo periodo? “La crescita dei mercati emergenti è una storia ancora in divenire – sostiene il gestore -. Infatti, la quota del Pil globale attribuibile ai mercati emergenti è in costante aumento e nel 2019 ha raggiunto quasi il 60% del totale (a parità di potere d’acquisto), in rialzo dal 50% di poco più di 10 anni fa. La Cina dovrebbe superare gli Usa e diventare la maggiore economia mondiale entro il 2030. Una buona parte di questa crescita sarà alimentata dal potere d’acquisto di una classe media sempre più ricca e che dovrebbe accogliere fra i suoi ranghi 1,6 miliardi di persone fra il 2015 e il 2025. Di queste, la stragrande maggioranza (1,4 miliardi) si trova nella regione Asia Pacifico. Per dare un’idea delle proporzioni, la classe media europea aumenterà di appena 14 milioni di persone”.
Non solo. Altaf sottolinea che che i mercati emergenti sono i leader di domani nell’innovazione: le domande di brevetti sono cresciute rapidamente negli ultimi 20 anni. Nel 2018 nei mercati emergenti presi nel complesso sono state depositate 1,7 milioni di domande, il triplo di quelle presentate negli Usa. Molte di queste provenivano da società cinesi, a conferma della trasformazione dell’economia di quel Paese. Sono questi investimenti in ricerca e sviluppo che sospingeranno la crescita futura, secondo l’esperto.
I mercati emergenti ovviamente non costituiscono un gruppo omogeneo. Anzi, le loro economie e le loro realtà industriali variano notevolmente. Le azioni di quei Paesi sono caratterizzate da valutazioni molto ampie e la dispersione delle valutazioni fra mercati emergenti ha raggiunto livelli estremamente elevati. Ed è proprio questa dispersione di valutazioni che presenta buone opportunità per i gestori attivi, secondo il gestore.
“Le valutazioni medie delle principali aziende mascherano un’abbondanza di società con quotazioni convenienti e ottime prospettive. Negli ultimi anni gli investitori hanno dato l’impressione di essere disposti a ‘pagare’ per la crescita investendo abbondantemente in costose azioni difensive. Nel fare questo, però, gli stessi hanno ignorato la principale fonte di crescita futura, vale a dire i mercati emergenti. Gli investimenti in questa asset class sono ai minimi per gli ultimi 10 anni, quindi c’è spazio per un aumento. Riteniamo che il momento non sia mai stato più propizio per un investimento nei mercati emergenti”, conclude Altaf.
