Tassi zero, assenza di inflazione e un rally azionario che precede il tonfo. In portafoglio vincono le scelte tattiche e dinamiche
L’ultimo atto di Mario Draghi che ha riaperto il Qe e auspicato l’attivazione della leva fiscale, mentre l’inflazione continua a essere il grande assente, porta l’Europa direttamente nella stagione della giapponesizzazione. Di più tutto il mondo occidentale si avvia a seguire le orme di Tokyo.
L’atteggiamento generale rispetto alla possibilità che il taglio dei tassi oggi possa guidare un rally sostenibile è di scetticismo.
Paul Brain, Head of FIxed Income di Newton IM (società di BNY Mellon Investment Management)
“Difficilmente una riduzione contenuta dei tassi sarebbe in grado di invertire le sorti dell’economia europea – dice Paul Brain, Head of FIxed Income di Newton IM (società di BNY Mellon Investment Management) – Per di più, malauguratamente, una decisione simile manterrebbe la struttura di tassi negativi che è così dannosa per il settore bancario e per i risparmiatori. Il rallentamento dei commerci globali, in corso sin dalla metà dell’anno scorso, sta mettendo alla prova le politiche monetarie. Lo scenario di tassi a livelli costantemente negativi suscita dei dubbi sulla stabilità economica. Molti ritengono che le politiche fiscali saranno la prossima mossa per intervenire sui mercati europei. Di qui in avanti, l’ossessione dei mercati per le mosse delle Banche Centrali potrebbe essere affiancata da una maggiore attenzione ai processi politici”.
Ariel Bezalel, Head of Strategy, Fixed Income, di Jupiter Asset Management
Quanto alla Fed, “nei prossimi 12-18 mesi, credo sia probabile che i tassi arrivino a zero negli USA e che ci possa essere un altro round di Quantitative Easing- afferma Ariel Bezalel, Head of Strategy, Fixed Income, di Jupiter Asset Management –Ma lo stimolo fiscale aumenterebbe il gigantesco debito pubblico statunitense e non è saggio anche per Donald Trump, ed è improbabile che i Democratici approvino qualsiasi legge, come una sulle infrastrutture che lo salverebbe prima delle elezioni del 2020. E per allora, potrebbe essere troppo tardi. Qualsiasi stimolo da parte dei governi o delle banche centrali sembra avere solo un effetto transitorio in un mondo così fortemente indebitato”.
Anche perché anche in presenza di tassi di disoccupazione su livelli minimi storici non si è innescata un’inflazione significativa negli Stati Uniti e in Europa. Il che rafforza ulteriormente la tesidella “giapponesizzazione”.
Così la pensa anche Luc Filip, Head of Investments di Banque SYZ, che a Focus Risparmio dice: “I parallelismi tra la caduta del Giappone nell’abisso della crescita stagnante e dell’inflazione sfuggente e l’attuale situazione difficile in Europa sono inevitabili. E, in un paradossale capovolgimento della situazione, mentre la depressione cala sull’eurozona, il Giappone sembra finalmente uscire dalla spirale deflazionistica. Dall’altra parte dell’Atlantico, tuttavia, l’economia statunitense potrebbe aver ottenuto il meglio che potesse aspettarsi, con la Federal Reserve che ha tagliato i tassi a luglio per la prima volta in un decennio. Non è solo l’Europa che potrebbe sentir soffiare il vento freddo di un’economia anemica, ma tutto il mondo”.
E il rally attuale delle Borse non deve ingannare. Nel dicembre 1989 l’indice Nikkei 225 aveva raggiunto il massimo storico toccando quasi quota 39.000: nel 1990 scoppiò la bolla speculativa ed entro la fine dell’anno il mercato perse 2 mila miliardi di dollari Usa. L’euforia prima del tonfo. “La Giapponesizzazione – spiega Filip – ha implicazioni deleterie nel mondo reale. Decenni di stagnazione economica lasciano conseguenze psicologiche profonde poiché i nostri orizzonti sono determinati dal passato. Dopo il crollo dell’economia, il Giappone perse la fiducia nel futuro. E ciò inaridì il sistema finanziario: le banche non avrebbero concesso prestiti e i consumatori non avrebbero speso”.
E ha serie conseguenze anche per gli investitori che devono adattarsi a livelli strutturalmente bassi dei tassi di interesse. “Per i mercati obbligazionari, la giapponesizzazione è stata catastrofica. I rendimenti obbligazionari sono andati in ibernazione e il Giappone è diventato un cimitero per gli orsi del reddito fisso. In realtà, la maggior parte del mondo dei titoli di Stato è già colpita dalla giapponesizzazione. In un simile scenario, il costo opportunità della detenzione di liquidità resta molto elevato, in quanto le banche centrali continuano a portare avanti delle politiche accomodanti per sostenere la crescita. Questa posizione favorirà le obbligazioni a lungo termine. Come dimostrato chiaramente dall’esperienza giapponese, gli investitori che optano per la liquidità per sfuggire ai bassi rendimenti sul lungo termine, si espongono a perdite su un orizzonte temporale più lungo. Su 15 anni, fino alla fine del 2016, il rendimento della liquidità in yen è stato in media dello 0,24%, contro lo 0,92% per gli investimenti in bond giapponesi a 7-10 anni, un vantaggio a prima vista relativamente contenuto per le obbligazioni a lungo termine. Ma la differenza in termini di total return annualizzato è stata significativamente più elevata, con un +2,44% annualizzato per le obbligazioni a 7-10 anni contro solo +0,34% per la liquidità”.
Con i tassi su livelli artificialmente depressi, l’allocazione azionaria dovrebbe essere molto tattica e dipendere dal trend della crescita, poiché diminuisce l’importanza delle valutazioni. “Questa maggiore propensione al rischio può essere tuttavia attuata attraverso attivi con “carry” sui mercati del reddito fisso, tramite credito ad alto rendimento e debito dei mercati emergenti in valuta estera – conclude Filip – Gli investitori dovrebbero inoltre prendere in considerazione titoli di qualità che diano diritto ad alti dividendi, i quali dovrebbero essere meno esposti al rischio di temporaneo rialzo dei tassi d’interesse oltre a offrire un’alternativa di medio-lungo periodo all’attuale scenario di tassi d’interesse bassi”.
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