Il populismo in quattro fasi
Passata l'euforia e l'attaccamento iniziale, ci si avvia verso la crisi. Che secondo Kelly (Aberdeen) potrebbe arrivare già quest'anno, quando inizieranno a manifestarsi gli effetti negativi delle politiche mondiali
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Theresa May, dopo essere stata vicina al baratro, ha ottenuto la fiducia del Parlamento e ha fatto quattro promesse: fare una dichiarazione non oltre il 21 gennaio, proteggere l’integrità del Regno Unito, ridare alla Gran Bretagna il controllo di frontiere, leggi e soldi per permettere al Paese di avere una politica commerciale indipendente.
A questo punto, il team di Ambrosetti Am Sim, presenta cinque scenari possibili per il Regno Unito e l’Unione europea.
Il primo prevede “lo scioglimento del Parlamento e elezioni anticipate, obiettivo del leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn”.
Il secondo “potrebbe portare al ‘no deal’: se non passa la sfiducia a May e non si trova un’alternativa, l’iter prevede un’uscita senza accordo la sera del 29 marzo 2019 con il rischio di un terremoto su economia, dogane e confini. In questo caso ci sarebbero conseguenze devastanti in particolare in campo commerciale. C’è poi il tema del mondo finanziario britannico che sarà senza dubbio uno dei settori più colpiti. Innanzitutto, perderà il suo ruolo egemone nel panorama europeo, in favore di storiche sedi finanziarie europee, come Amsterdam o Lussemburgo, e altre emergenti, come Bruxelles”.
Il terzo scenario prevede un “secondo voto sull’accordo: il governo dovrebbe preparare un nuovo piano e tornare ai Comuni entro 3 giorni lavorativi.
Il quarto vedrebbe una “rinegoziazione con l’Ue: Londra potrebbe chiedere all’Europa l’estensione del termine negoziale del 29 marzo 2019”.
Infine ci potrebbe essere un “referendum bis sulla Brexit: questa è la richiesta dei Remain sostenuta dalla maggioranza dei laburisti e non solo. A sollecitarla anche il movimento di piazza per “People’s Vote” ma serve l’ok del governo e il sostegno di una maggioranza bipartisan. May lo ha ripetutamente escluso, dicendo che minerebbe la fiducia nella democrazia tra i 17,4 milioni che hanno votato nel 2016 per andarsene”.
