#SdR17 | Chiusura col botto: l’Italia in difficoltà ma con iniziative concrete come i Pir si può tornare a crescere
Secondo i primi dati l’ottava edizione registra oltre 13mila visite
Si presentano come la novità dell’anno per il mondo del risparmio gestito: i Pir, piani individuali di risparmio, strizzano l’occhio sia ai risparmiatori che alle imprese. Da un lato ci sono le agevolazioni fiscali capaci di neutralizzare il 26% sulle rendite finanziarie, dall’altro l’investimento nell’economia reale italiana. Insomma, il biglietto da visita è quello di uno strumento in grado incoraggiare – in tempi di rendimenti bassi – il risparmio a medio/lungo termine, dando fiducia alle aziende che investono.
Tra i dubbi prevalgono quelli legati ai costi. Queste, perlomeno, le perplessità degli ascoltatori di Radio 24, che ha dedicato a questa novità introdotta dalla Legge di Bilancio 2017 una puntata di Investire informati, la rubrica dedicata al risparmio e agli investimenti.
A collegarsi in diretta per rispondere alle domande e completare il quadro sono i rappresentanti di due delle società che i Pir li hanno già portati sul mercato: Simone Bini Smaghi – vicedirettore generale e responsabile della Direzione sviluppo e marketing per Arca Sgr – e Claudio Tosato, direttore prodotti di Anima Sgr. Quest’ultimo parla di un «processo virtuoso. La borsa rimane “piccola” perché non arrivano abbastanza risorse alle imprese italiane. Si tratta di trovare un meccanismo per cui queste risorse arrivino». E alla base di questo meccanismo potrebbero quindi esserci proprio i vantaggi fiscali dei Pir, ai quali non si applica l’aliquota sul capital gain, a patto però che l’investimento – al massimo 30mila euro all’anno, fino a un totale di 150 mila – venga mantenuto per almeno un lustro. «La selezione è molto importante perché deve rispettare criteri di diversificazione e di redditività di medio-lungo periodo – aggiunge Tosato – si cercano le aziende che hanno il maggiore potenziale di sviluppo per un orizzonte, ad esempio, tra i cinque e i dieci anni».
Il vincolo in base al quale almeno il 70% del capitale dovrà essere investito su strumenti emessi da società italiane o europee con stabile organizzazione in Italia – e di queste almeno il 30% (21% dell’investimento totale) non appartenenti al Ftse Mib – viene definito da Bini Smaghi come «una grande occasione» per l’impresa italiana: «dobbiamo sensibilizzare le associazioni di categoria. I capitali ci sono e arriveranno, ma anche le imprese che non sono quotate, e che hanno dei bei progetti, devono venire sul mercato. Deve cambiare la cultura: il ruolo delle banche oggi è diverso. Sosterranno sicuramente l’economia, è imprescindibile, ma le aziende devono andare sul mercato dei capitali».
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