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Per MUFG Bank, la BCE resterà in pausa mentre la Fed taglierà tre o quattro volte. Anche yen e yuan si rafforzeranno
Il 2026 sarà un altro anno di pressione per il dollaro, mentre l’euro continuerà a rafforzarsi, così come le altre valute alternative. A prevederlo sono gli analisti di MUFG Bank, che per i prossimi dodici mesi si aspettano una Federal Reserve accomodante, una Banca Centrale Europea in pausa e un’economia globale in crescita grazie al sostegno delle politiche fiscali in USA, Europa, Giappone e Cina, oltre che per gli effetti ritardati dell’allentamento monetario.
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Dollaro ancora giù
Dopo un 2025 che ha segnato il calo più marcato dal 2017, secondo la banca giapponese il biglietto verde è destinato a proseguire la sua discesa. Si tratterà però di una flessione meno marcata, intorno allo 0,5%, con il mercato del lavoro che dovrebbe ulteriormente indebolirsi e spingere la Fed a effettuare altri tre o quattro tagli dei tassi. Più di quanto attualmente scontato dal mercato. Per gli esperti è poi ragionevole supporre che nel corso dell’anno emergeranno ulteriori punti di frizione legati alla politica statunitense. Alcuni di questi sono già in prevedibili, come la nomina del presidente della banca centrale e le incertezze sulla politica commerciale innescate da decisioni della Corte Suprema. Altri potrebbero invece cogliere di sorpresa, come insegna il blitz in Venezuela del 3 gennaio scorso. In ogni caso, viene precisato nel report, “pur potendo assistere a un rinnovato aumento delle incertezze in materia di politica commerciale, è improbabile che si raggiungano i livelli del 2025. Di conseguenza, il contesto globale rispetto agli USA dovrebbe risultare più favorevole a un indebolimento del dollaro”.
Euro oltre quota 1,2
Al di qua dell’Atlantico, la moneta unica è destinata invece a superare quota 1,2, un livello che “si è storicamente dimostrato rilevante per il cambio eur/usd”. Secondo MUFG Bank, gli investitori esteri sono tornati sui mercati obbligazionari e azionari europei e la stabilità della politica della BCE, con l’inflazione in linea con il target, dovrebbe favorire il proseguimento di questi afflussi (soprattutto in caso di raggiungimento della pace in Ucraina), rappresentando un importante fattore di supporto. “Il programma di spesa fiscale da mille miliardi di euro in Germania determinerà un sensibile aumento della crescita del PIL (dallo 0,3% dello scorso anno all’1,0%), mentre l’economia dell’Area nel suo complesso dovrebbe beneficiare del successo di Francoforte nel riportare l’inflazione verso l’obiettivo del 2,0%”, si legge nel report.
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BCE in pausa nel 2026
Per gli analisti, esistono comunque dei rischi che il carovita possa scendere ulteriormente, contribuendo ad aumentare i redditi reali e a sostenere la spesa delle famiglie. “L’eccesso globale di offerta di petrolio greggio atteso per quest’anno dovrebbe mantenere i prezzi dell’energia sotto pressione al ribasso; i dati sul monitoraggio dei salari indicano una crescita più contenuta e la nostra visione sul mercato dei cambi contribuirà a rafforzare le pressioni disinflazionistiche”, analizzano. La loro attesa è che Christine Lagarde e colleghi restino fermi nel 2026, dal momento che le eventuali sorprese al ribasso sull’inflazione difficilmente saranno ampie e persistenti, mentre la crescita del PIL dovrebbe ridurre la necessità di ulteriori sforbiciate. Sul fronte obbligazionario, invece, l’Eurotower in pausa e un carovita ancora in leggera diminuzione dovrebbero contribuire ad ancorare i rendimenti a più lungo termine in Germania. “Una valuta più forte, un’ulteriore diminuzione dei prezzi dell’energia e un moderato rallentamento dell’inflazione dovrebbero determinare un lieve calo dei rendimenti nel corso dell’anno”, chiariscono.
Il supporto delle banche centrali
Quanto alle turbolenze francesi, per la banca giapponese non dovrebbero esserci grosse ripercussioni sulla performance dell’euro: sarà più rilevante quanto accadrà nel 2027, con le elezioni presidenziali e la possibilità di una vittoria di Le Pen o Bardella. Ma anche in quel caso, gli analisti non sono certi che l’impatto sui mercati sarebbe così dirompente come in passato. “La potenziale fine dello stallo politico potrebbe, in ultima analisi, rivelarsi positiva”, commentano. Nel frattempo, la tesi è che esistano le condizioni per un possibile aumento della domanda di moneta unica da parte delle banche centrali. “Assumendo che le riserve in dollari continuino a diminuire (come da nostra previsione), vediamo l’euro meglio posizionato per assumere un ruolo maggiore nella diversificazione”, scrivono. Facendo notare come la valuta europea rimanga la seconda per importanza nelle riserve globali, ma sia ancora ben al di sotto del picco pre-crisi finanziaria globale, pari a circa il 28%. Ne deriva, quindi, che la fine dei tassi negativi e una maggiore stabilità economica potrebbero favorire un ritorno delle banche centrali verso l’euro. “L’eur/usd ha chiuso l’anno in modo solido e si osserva una chiara stagionalità favorevole alla moneta unica verso la fine dell’anno. D’altro canto, il periodo peggiore è gennaio-febbraio, per cui potremmo assistere inizialmente a una correzione al ribasso. Tuttavia, il contesto fondamentale favorevole dovrebbe infine tradursi in nuovi guadagni e prevediamo un apprezzamento complessivo intorno al 5% quest’anno”, concludono.
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Yen e yuan in apprezzamento
Secondo l’outlook di MUFG Bank, anche lo yen si rafforzerà. “L’attuale mix sfavorevole di politiche (quella monetaria accomodante e quella fiscale espansiva) continua a mantenere i rendimenti in Giappone eccessivamente bassi in termini reali”, spiegano gli analisti. Che dunque si aspettano un maggiore attivismo della BoJ per affrontare la situazione. Questo, insieme ai tagli della Fed, porterà ad un calo del cambio usd/jpy. In Cina, invece, una politica fiscale potenzialmente più proattiva e il proseguimento del riequilibrio verso un modello di crescita più sostenibile, insieme all’espansione prevista, dovrebbero fornire alcuni fattori di sostegno allo yuan. Tuttavia l’entità dell’apprezzamento sarà probabilmente limitata. “Ci attendiamo una deflazione persistente, sebbene meno severa, per tutto il 2026, con il deflatore del PIL che non dovrebbe tornare positivo prima del 2027”, chiariscono gli esperti. Rimarcando come i rischi per le prospettive valutarie dipendano in larga misura dal livello di sostegno delle politiche economiche, dall’andamento del dollaro e dalle condizioni dei mercati esterni.
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