Oro, i gestori vedono rosa. Ecco perché
Tra gli acquisti delle banche centrali, quelli boom da parte degli investitori retail e una Fed accomodante, il rally continuerà. E un’eventuale correzione azionaria potrebbe rivelarsi un’opportunità
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Ha archiviato il 2024 con una raccolta oltre il miliardo di euro solo in Italia e, nell’ambito del processo che vede la progressiva apertura ai mercati privati, si conferma tra le asset class di maggior interesse per il pubblico retail. Eppure, il venture capital non è un segmento dell’universo alternativo privo di insidie o che può essere approcciato con leggerezza. Neppure per gli istituzionali. La natura ‘power-law’ dei suoi rendimenti implica infatti che la maggior parte dei ritorni provenga da una manciata di investimenti, a fronte di molti altri che invece riservano risultati modesti o addirittura trascurabili. Lo conferma l’ultima analisi sul settore di Schroders, nella quale si evidenzia come appena il 20% delle società finanziate rappresenti circa l’80% dei rendimenti totali di un ampio portafoglio. Una circostanza che impone di considerare cinque fattori per avere successo in questo mercato.
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Il primo punto nell’elenco di Schroders prevede di dare priorità ai temi emergenti. “I round di seed e serie A offrono in genere valutazioni di ingresso più basse ma anche una maggiore esposizione all’innovazione e un potenziale di rendimento a lungo termine più elevato”, si legge dal paper, dove viene aggiunto che le aziende allo stadio iniziale beneficiano anche di una gamma più ampia di opzioni di uscita: “Una start-up giovane può raccogliere round di follow-on o trovare acquirenti strategici già in una fase relativamente precoce, mentre le iniziative in stato avanzato spesso si affidano a exit meno governabili come le IPO pubbliche”. Non solo, però. Secondo il chief investment office Nils Rode e gli altri due esperti della casa che hanno firmato il documento, Steven Yang e Michael McLean, c’è un altro vantaggio nel focalizzarsi su questo segmento del mercato: esporsi alla prossima ondata di mega-temi anziché rischiare di inseguire le idee dell’ultimo ciclo. In altre parole, viene detto, si tratta di saper distinguere i settori durevoli o scalabili dalle tendenze di breve durata e di stabilirvi un’esposizione tempestiva. Traguardo che passa dal collaborare con gestori specializzati in grado di apportare know-how e contatti.
Il secondo fattore individuato dalla società per i risultati delle iniziative imprenditoriali è la bontà dei gestori e delle operazioni cui un investitore può accedere. Con una distribuzione dei rendimenti fortemente sbilanciata, è cioè importante massimizzare la densità di qualità del portafoglio. “Un investitore istituzionale dovrebbe concentrare i propri impegni di investimento primari in fondi di venture capital di alto livello e con una comprovata esperienza nell’individuare o costruire vincitori”, spiegano Rode e colleghi, che associano questo status alla presenza di due pratiche interne: istituzionalizzare governance e processi, mantenere una disciplina dimensionale nei fondi seed ed early-stage mentre si aggiungono veicoli separati per le fasi successive. Poiché però la maggiore parte dei top player è soggetta a restrizioni di accesso, una valida alternativa viene individuata dal team di Schroders negli operatori emergenti fondati da imprenditori di successo o da esperti ex blue chip e che quindi hanno il potenziale diventare futuri leader. “Un programma venture professionale dovrebbe costruire un mix tra 10-15 società affermate e di alto livello a livello globale”, si legge, “combinato con alcuni operatori emergenti accuratamente selezionati”.
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Nella disamina di Schroders non possono mancare, inoltre, le strategie multi-canale. “Investire tramite secondari e coinvestimenti può aumentare l’esposizione concentrata alle start-up più promettenti o a più rapida crescita e migliorare l’efficienza complessiva dell’impiego”, sostengono gli esperti, che evidenziano due aspetti importanti: la prima categoria è spesso negoziata con uno sconto significativo rispetto al valore patrimoniale netto delle partecipazioni sottostanti, condizione da cui derivano maggiori rendimenti, mentre la seconda consente di investire ulteriori risorse in società per le quali si nutre forte convinzione senza commissioni aggiuntive o carry. Non si tratta però di pratiche esenti da rischi, visto che gli sconti elevati dei secondaries possono segnalare fondi di qualità inferiore o portafogli in cui le valutazioni rimangono gonfiate dopo una correzione.
Altro punto imprescindibile è la diversificazione intelligente, considerata la chiave per mitigare il rischio ma anche per cogliere tutte le opportunità offerte da un panorama dell’innovazione sempre più globale. Secondo Rode e gli altri manager di Schroders, si tratta però di un concetto che va declinato su almeno quattro dimensioni: “Numero di investimenti, varietà di settori e temi, gamma di gestori e distribuzione geografica”. L’obiettivo è infatti quello di evitare una forte concentrazione in una singola società, fondo, comparto o località che potrebbe rivelarsi poco redditizio e di aumentare le chance di identificare i grandi vincitori. “Questo approccio riflette anche la natura altamente diversificata delle start-up”, viene aggiunto, “che sono fondamentalmente decorrelate sia dai mercati pubblici sia fra loro”. Un programma di venture capital istituzionale dovrebbe dunque comprendere 15-20 relazioni con gestori core ed emergenti, ciascuno dei quali detentore di 30-50 società così da coprire cinque-sei settori chiave e tre-quattro aree geografiche principali.
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Per chi vuole investire in venture capital, classe di attività a lungo termine e ciclica, viene infine considerato fondamentale mantenere la disciplina attraverso i cicli. Negli investimenti in fondi primari, si legge a proposito nel documento, questo vuol dire distribuire il capitale su diversi vintage ed evitare così di sincronizzare eccessivamente le annate: “Un impegno costante, ad esempio rispettando una percentuale annua prestabilita, riduce il rischio di reazioni emotive a fasi di euforia o recessione e segnala affidabilità ai migliori gestori”. Nei secondari e nei coinvestimenti, invece, si tratta di effettuare un’adeguata vigilanza sui prezzi di ingresso e sulla qualità delle società per evitare investimenti sopravvalutati durante picchi di raccolta fondi: “Bisogna concentrarsi sui fondamentali, sostenendo selettivamente le migliori opportunità e riservando risorse per aggiungere capitale quando il mercato offre condizioni più favorevoli”.
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