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L’indice dei prezzi al consumo rallenta oltre le attese: +3,5% su base annua dal +4,2% di maggio e contro il +3,8% del consensus. A incidere sono i cali di carburanti, energia e servizi. Per i gestori, si rafforza lo scenario di una lunga pausa nella stretta monetaria
L’inflazione negli Stati Uniti rallenta più delle attese. Secondo il Bureau of Labour Statistics americano, l’indice prezzi al consumo di giugno ha infatti registrato un calo dello 0,4% su base mensile a fronte del -0,1% previsto dal consensus e del +0,5% del mese precedente. Su base annua, il dato è in invece calo al +3,5% dal +4,2% di maggio e ha battuto al ribasso il +3,8% delle stime. Bene anche il dato core, rimasto stabile mese su mese anziché crescere dello 0,2% e aumentato al +2,6% su base tendenziale contro il +2,8% indicato dagli analisti. Tutti risultati che, secondo i gestori, offrono a Warsh più margine di manovra per non toccare il costo del denaro.
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Carburanti e servizi in calo
Il principale fattore alla base del calo viene individuato dall’ufficio statistico del Paese in un raffreddamento della benzina pari al 10%, che si è riflesso sull’energia nella misura del 5,7% e sui servizi in termini quasi analoghi. Il risultato complessivo è stato un effetto negativo sulla variazione mensile dei prezzi al consumo complessivi dello 0,5%. Il rallentamento dello 0,1% osservato nella dinamica mensile dei costi delle abitazioni è stato un fattore di grande importanza, dopo che nei due mesi precedenti il dato era aumentato rispettivamente dello 0,4% e dello 0,6%.
La risposta dei mercati e di Warsh
In risposta ai dati sull’inflazione inferiori alle attese, i rendimenti sui Treasury sono diminuiti e i futures dell’S&P 500 hanno registrato un allungo considerevole. Questi movimenti di mercato riflettono le aspettative degli investitori riguardo a una possibile moderazione delle politiche monetarie restrittive da parte della Federal Reserve. Lo stesso presidente Kevin Warsh ha sottolineato che la banca centrale mantiene una posizione di “tolleranza zero” nei confronti dell’inflazione persistentemente alta. Queste dichiarazioni sono parte del suo intervento preparato per una testimonianza davanti a una commissione della Camera, prevista per oggi.
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Più ossigeno per la Fed
David Kohl, chief economist di Julius Baer, ritiene che un’inflazione più bassa riduca la necessità per la Fed di aumentare i tassi di interesse esattamente come indicato dal presidente Kevin Warsh durante l’ultima riunione del Fomc. “Prevediamo che la banca centrale manterrà la sua posizione restrittiva fin quando il carovita rimarrà al di sopra dell’obiettivo”, ha spiegato. Poi ha precisato: “Man mano che i prezzi inizieranno a muoversi nella giusta direzione, siamo sempre più fiduciosi che l’istituto si asterrà dall’aumentare i il costo del denaro nel 2026 e nel 2027”.
Anche Piero Di Paolo, Cross Asset Solutions di Otala.Markets, interpreta il risultato della rilevazione come chiaro segnale di un raffreddamento delle pressioni inflazionistiche. “Il calo dei prezzi della benzina e un dato core più contenuto rafforzano la narrativa di un’inflazione che rallenta più di quanto anticipato dal mercato”, ha chiarito. Dal suo punto di vista, questi dati permettono quindi a Warsh di guadagnare margine di manovra. “I mercati hanno subito reagito riducendo la probabilità di un rialzo a luglio dal 39% al 17%”, ha infatti constatato. Quanto al futuro, la convinzione dell’esperto è che sarà fondamentale osservare gli sviluppi nello Stretto di Hormuz insieme ai possibili effetti inflazionistici degli investimenti nei data center: “Se questi fattori non dovessero tradursi in una pressione inflazionistica persistente, le aspettative sui rialzi dei tassi di interesse potrebbero ridursi ulteriormente nei prossimi mesi”.
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