5 min
Giovedì l’ultima occasione per la diplomazia, poi Trump passerà alle maniere forti. L’ipotesi più probabile è quella di raid mirati, ma gli scenari plausibili sono tre. Con ripercussioni non solo sul petrolio
In attesa dei colloqui di giovedì a Ginevra, i fari dei mercati restano puntati sui messaggi a distanza tra Washington e Teheran. L’incontro svizzero potrebbe essere infatti l’ultima occasione per la diplomazia, con il presidente americano sempre più propenso a servirsi di attacchi mirati per convincere il regime degli ayatollah a fare un passo indietro sul nucleare e non solo. Oltre allo stop dell’arricchimento dell’uranio, la Casa Bianca chiede infatti anche limiti ai programmi missilistici e la fine del sostegno iraniano alle proxy regionali Hamas, Hezbollaz e Houthi. Dal canto suo l’Iran appare propenso ad accettare alcune delle richieste Usa, nel tentativo di scongiurare i possibili raid e in cambio della revoca delle sanzioni. Le tensione, intanto, rimane alle stelle e per gli investitori rappresenta l’ennesimo fronte di incertezza con cui fare i conti. Secondo i gestori, il premio geopolitico incorporato nel petrolio rispecchierà la strada scelta dai due Paesi, mentre il sorvegliato speciale resta ovviamente lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto dell’offerta mondiale.
Verso un attacco mirato
“La presenza militare statunitense nell’area iraniana continua ad aumentare, mentre i negoziati sembrano arenarsi, con un conseguente rialzo delle probabilità implicite di mercato di un potenziale attacco”, spiega in una nota il Global credit team di Algebris Investments. Secondo gli analisti, l’incertezza chiave resta il perimetro dell’azione: un’operazione mirata contro i vertici del regime oppure un intervento più ampio che includa anche le infrastrutture nucleari. Verosimilmente, a loro parere, gli Usa punteranno su un’azione rapida e circoscritta, proprio per evitare effetti prolungati sui prezzi del petrolio. “Questa potrebbe comprimere il premio geopolitico, mentre un’escalation più ampia rischierebbe di innescare un repricing più persistente sull’energia e sugli asset rischiosi”, avvertono.
La reazione iraniana
Secondo Elliot Hentov, head of macro policy research di State Street Investment Management, se il regime di Teheran si sentisse minacciato nella sua stessa esistenza, come accadrebbe in caso di un attacco statunitense a sostegno di una rivolta interna, non esiterebbe ad utilizzare il suo arsenale di missili a corto raggio. E gli obiettivi sarebbero due: l’offerta regionale di petrolio e il personale statunitense. “La strategia difensiva sarebbe quella di imporre costi a un intervento Usa attraverso un aumento dei prezzi del barile e delle vittime americane”, sottolinea. Mentre l’operazione Maduro è stata marginale per i mercati, dato che ha inciso solo su una parte delle forniture marittime e sulla capacità produttiva del Venezuela, secondo l’esperto una ritorsione iraniana potrebbe plausibilmente comprimere 2–3 milioni di barili al giorno di produzione, e forse anche quantità significative di transito. Pertanto, afferma, “il premio per il rischio geopolitico sul petrolio dovrebbe approssimativamente rispecchiare le probabilità di mercato di un serio intervento militare statunitense”.
Tre scenari
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, analizza le conseguenze dei tre scenari possibili al momento. Se nei prossimi giorni dovesse emergere un accordo diplomatico credibile tra Stati Uniti e Iran, a suo parere il premio geopolitico incorporato nel petrolio potrebbe ridursi rapidamente. “In questo caso il mercato tornerebbe a concentrarsi maggiormente sui fondamentali con un probabile raffreddamento delle quotazioni dopo la fase di tensione”, afferma, prevedendo una flessione compresa tra il 5 e il 10%. La sua ipotesi è anche di “scarico del premio geopolitico e prese di profitto, con movimenti potenzialmente rapidi soprattutto se il mercato era fortemente posizionato al rialzo”. Il secondo scenario, “molto rilevante in ottica trading”, per Diodovich è quello di un’azione militare contenuta, finalizzata a spingere l’Iran a trattare. “In questo contesto il petrolio potrebbe reagire con un rialzo iniziale (spike), seguito da una fase di assestamento se il mercato conclude che non si sta andando verso un conflitto regionale esteso”, spiega. A suo parere, la variabile chiave sarebbe la risposta iraniana: se contenuta, il mercato potrebbe riassorbire parte del movimento; se invece più aggressiva, la volatilità sul greggio resterebbe elevata. L’esperto stima quindi un rialzo del petrolio tra il +2% e il +6%. E ipotizza un aumento della volatilità laterale-rialzista, con il prezzo sensibile ai dettagli della risposta iraniana e alla narrativa di mercato.
Infine, se si andasse verso un attacco massiccio, un conflitto più ampio o un rischio concreto di interruzioni nello Stretto di Hormuz, per Diodovich il greggio potrebbe reagire con un salto di prezzo importante, perché il mercato inizierebbe a prezzare non solo il rischio geopolitico ma una vera e propria dislocazione dell’offerta. Non solo. “In uno scenario simile non si muoverebbe solo il petrolio: aumenterebbe la volatilità anche su oro, valute rifugio e indici azionari, con possibili movimenti molto rapidi tra una notizia e l’altra”, avverte. Concludendo che il barile potrebbe quindi apprezzarsi tra il +5% e il +15% e che potrebbe verificarsi un rialzo più violento “per timori sull’offerta e sulle rotte energetiche, con ampliamento della volatilità intraday e rischio gap su nuove headline”.
What next
Quanto al medio termine, Hentov fa notare come Teheran abbia progressivamente perso legittimità popolare nel corso dei decenni, rispondendo con una repressione sempre più dura che ha contribuito ai recenti disordini. “Ciò non preannuncia necessariamente il crollo del regime, ma nessun Paese può mantenere una società e un’economia funzionanti in presenza di un’antipatia così diffusa tra la popolazione”, osserva. In assenza di riforme, a suo parere l’Iran inizierà quindi ad assomigliare all’Iraq sotto Saddam Hussein o alla Siria sotto Bashar Assad: regimi fragili la cui fragilità genera nuovi conflitti, sia interni sia esterni. “Considerato che il Paese esporta attualmente due milioni di barili di petrolio al giorno e che un conflitto con effetti di spillover potrebbe teoricamente minacciare un ulteriore 15–20% dell’offerta globale, l’instabilità iraniana rappresenterà un rischio permanente per i mercati petroliferi”, sottolinea. Concludendo che, “nel medio periodo, uno scenario di questo tipo favorirà un premio di rischio geopolitico strutturalmente più elevato”.
.
Vuoi ricevere ogni mattina le notizie di FocusRisparmio? Iscriviti alla newsletter!
Registrati sul sito, entra nell’area riservata e richiedila selezionando la voce “Voglio ricevere la newsletter” nella sezione “I MIEI SERVIZI”.