Il vertice coreano si è tradotto in una semplice proroga di un anno. Per gli analisti, il sentiment dei mercati migliorerà, ma le tensioni tra Trump e Xi Jinping potrebbero riacutizzarsi in qualsiasi momento
C’è chi la chiama pace fredda, chi tregua armata e chi calma apparente, ma il senso è identico: l’intesa raggiunta la scorsa settimana in Corea del Sud tra Stati Uniti e Cina rappresenta solo una proroga di un anno. Non è certamente un trattato commerciale né tantomeno un grande accordo strategico. I contrastiinfatti sono ben lontani dall’essere stati risolti e le due potenze vanno verso un distacco economico sempre più netto. Per questo i gestori sono praticamente unanimi nel ritenere che le trattative si riapriranno seriamente a marzo, quando Donald Trump volerà a Pechino da Xi Jinping. Per ora i mercati possono tirare il fiato visto l’allentamento della tensione, ma i motivi di scontro sono ancora tutti sotto la superficie e potrebbero tornare a galla in qualsiasi momento.
Nonostante Trump abbia definito il vertice “un grande successo”, i risultati sono appunto modesti. L’accordo prevede una riduzione dei dazi sulle merci cinesi dal 57% a 47%. Quelli connessi al fentanyl caleranno invece dal 20% al 10%, mentre Pechino ha promesso che si impegnerà a frenare il traffico dell’oppioide verso gli USA. Oltre all’impegno per risolvere la questione TikTok, Xi Jinping ha poi garantito che non bloccherà le esportazioni di terre rare e di altre materie prime per un anno, che riprenderà subito gli acquisti di soia, di altri prodotti agricoli e di energia statunitense, e che sospenderà le speciali tasse portuali destinate alle navi a stelle e strisce sempre per dodici mesi.
Una prova di forza…
Per Mali Chivakul, emerging markets economist di J. Safra Sarasin, si tratta di una tregua apparente nel corso della quale entrambi i Paesi hanno mostrato le loro armi: Washington la sua ‘Entity List’, cioè la lista nera delle aziende ‘pericolose’ ora estesa anche alle controllate con una partecipazione superiore al 50%, e Pechino lo stop alle terre rare. “Entrambe le misure di escalation sarebbero quasi impossibili da attuare nel breve termine, quindi rappresentano solo un potenziale strumento di pressione”, spiega l’esperta. Precisando che si tratta solo di intimidazioni, anche per il fatto che entrambe danneggerebbero le stesse aziende nazionali. “Il rinvio offre però ad entrambi la possibilità di avere relazioni più normali in superficie per ottenere benefici economici a breve termine, ma permette anche di mantenere vive le minacce ‘per ogni evenienza’”, sottolinea. Per il resto, non c’è alcun cambiamento sotto la superficie: “Entrambi faranno in modo di poter raggiungere il progresso tecnologico con una dipendenza sempre minore l’uno dall’altro”, assicura.
Raphael Gallardo, chief economist di Carmignac, punta l’attenzione sul fatto che Trump sia passato da una serie di tregue di 90 giorni a un orizzonte temporale annuale. “È chiaramente un elemento positivo, che sosterrà il sentiment dei mercati, ma restano alcune riserve”, osserva. Tra i dubbi, in testa c’è il fatto che non è stato firmato nulla. “La chiusura arriverà durante la visita di Stato di Trump a Pechino in marzo: fino ad allora, potrebbe verificarsi un nuovo imprevisto riacutizzarsi delle tensioni”, mette in guardia. Altra perplessità, secondo l’esperto, sta nel fatto che, se si esclude il taglio dei dazi al 10%, questo accordo riporta semplicemente alla tregua di Ginevra raggiunta a maggio, prima dell’escalation partita con la regola del 50% per la ‘Entity List’ e della ritorsione attraverso i controlli sulle terre rare. Infine, fa notare, mancano i principali punti critici della rivalità: “Nessuna concessione USA su Taiwan, nessuna concessione cinese sulla Russia, nessuna discussione sulle vendite di chip avanzati americani: tutti temi che saranno certamente stati trattati, ma senza esito”.
A suo parere, si è quindi ben lontani da un ‘grande accordo’ e si resta in un processo di ‘decoupling controllato’ dopo quarant’anni di relazione economica simbiotica. “Gli Stati Uniti hanno avviato a velocità massima la ricostruzione della propria filiera delle terre rare. E la Cina ha mostrato al quarto plenum che le priorità del prossimo piano quinquennale sono ancora una volta la costruzione di un’economia di guerra resistente alle sanzioni”, osserva ancora Gallardo. Secondo l’esperto siamo quindi diretti verso una “collisione programmata tra le due superpotenze”. “Le tensioni quasi certamente torneranno a crescere dopo una cerimonia di firma ben coreografata a marzo: i mercati dovrebbero godersi questo periodo di pace fredda finché dura”, mette in guardia.
Quanto basta per spingere l’azionario
Mark Haefele, responsabile globale degli Investimenti di UBS Global Wealth Management
Per Mark Haefele, chief investment officer di Ubs Global Wealth Management, sebbene non sia stato firmato alcun accordo formale, l’esito moderatamente positivo sul fronte di rischio Washington-Pechino potrebbe essere sufficiente a sostenere i mercati globali. E può aggiungere un contesto favorevole ai rialzi azionari sia negli Stati Uniti sia in Cina, già supportati da una forte domanda di intelligenza artificiale e innovazione. “La dimostrazione della capacità di monetizzare l’AI potrebbe contribuire a ridurre le preoccupazioni degli investitori riguardo alla spesa, mentre un miglioramento delle relazioni tra Washington e Pechino dovrebbe portare una certa stabilità nel sentiment”, sostiene. Nonostante l’assenza di discussioni sui chip NVIDIA, sottolinea infatti l’esperto, “i driver tecnologici cinesi rimangono intatti”. A suo parere, “gli investitori sottopesati dovrebbero valutare l’opportunità di incrementare l’esposizione, con particolare attenzione a temi di innovazione trasformativa come l’intelligenza artificiale, l’energia e le risorse, la longevità, oltre che al settore tecnologico cinese”.
Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco
Sulla stessa lunghezza d’onda, Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco, secondo cui il vertice coreano prolunga la tregua commerciale e delinea un quadro preliminare per contenere le tensioni nel 2026. “Non è un accordo commerciale, ma è sufficiente per rassicurare i mercati finanziari globali, in particolare gli asset cinesi”, osserva. Rimarcando che i progressi strategici restano limitati, senza svolte su tecnologia ed energia. E senza accenni a Taiwan. Inoltre, secondo l’esperto, Xi Jinping ha mostrato un atteggiamento molto lontano da quello di sottomissione alle richieste americane, “posizionandosi anzi su un piano di totale parità negoziale, molto diverso da quanto accaduto con il Giappone”.
Per Sophie Altermatt, economist di Julius Baer, l’incontro ha di fatto sospeso per un anno la guerra commerciale: questo dovrebbe contribuire ad alleviare temporaneamente le preoccupazioni degli investitori sui rischi legati al commercio e consentire loro di concentrarsi su altri fattori di performance del mercato. “I risultati dell’incontro sono sostanzialmente in linea con le nostre aspettative, ma gli investitori sembrano avere opinioni divergenti. Ciò potrebbe spiegare perché la riunione non sia riuscita a migliorare il sentiment nei mercati cinesi” analizza. A suo parere, i movimenti di mercato vanno inquadrati però nel contesto del consolidamento in atto da inizio ottobre: “Si tratta di una sana e attesa digestione dei guadagni, che potrebbe protrarsi ancora per qualche settimana, ma che è necessaria affinché il mercato possa poi registrare un nuovo rialzo”, spiega. Con l’avvio della stagione delle trimestrali, secondo Altermatt, il mercato sarà sempre più orientato al bottom-up. “Continuiamo a raccomandare una strategia ‘dividendo + crescita’. Tra i settori growth, ci aspettiamo che la tecnologia continui a beneficiare del momentum attuale, che i nuovi consumi tornino in ripresa nel 2026, mentre siamo meno ottimisti sul tema dell’out-licensing a causa delle valutazioni elevate”, conclude.
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