Il portfolio strategist & head of International Funds di SBI Funds Management LTD, jv indiana tra Amundi e State Bank of India, delinea un quadro del Paese tra presente e futuro, evidenziando l’impatto della crescita indiana sia a livello geopolitico, che macroeconomico, nonché nei portafogli degli investitori
Siddhartha Singh, portfolio strategist & head of International Funds di SBI Funds Management LTD
“L’India ha i migliori giorni davanti a sé”. Lo afferma Siddhartha Singh, portfolio strategist & head of International Funds di SBI Funds Management LTD, quando racconta di come la crescita del Subcontinente sia solida. “Può rallentare”, ricorda, facendo riferimento ai dazi americani o al contesto geopolitico. “Ma non può deragliare”, afferma con sicurezza. Questo perché, dice l’esperto, ci sono driver di crescita strutturali che non fanno pensare a un arresto dello sviluppo. E a chi gli fa notare che alcuni osservatori vedono comunque punti di possibile cedevolezza, Singh rimbalza la domanda: “Il punto è chiedersi piuttosto quali opportunità sta creando il Paese”.
Qual è la posizione dell’India nel contesto globale? Alcuni economisti sostengono che il PIL potrebbe ridursi in futuro a causa dell’accordo doganale sospeso per 90 giorni con gli Stati Uniti. La scadenza è il 9 luglio.
Un rallentamento è sicuramente possibile, un po’ di influenza dal contesto globale c’è. Ma bisogna vedere cosa succederà: l’India opera in un contesto internazionale. Eventi di questo tipo possono rallentare il progresso, ma non lo farebbero deragliare. Cosa potrebbe succedere dopo il 9 luglio? Nella peggiore delle ipotesi saranno applicati dei dazi e così il Pil potrebbe subire una battura d’arresto. Oggi il Paese cresce del 6%-7%, ma la percentuale è passibile di diminuzione. Tuttavia, queste tariffe non potranno rallentare la crescita per sempre: il governo cambierà tra quattro anni; in che forma o misura resteranno i dazi è da vedere e, in ogni caso, non contano solo loro. Anzi, per me sono un problema minore rispetto ad altri, come il conflitto in Medio Oriente. Il mondo sta cambiando. Abbiamo visto in passato conflitti tra India e Pakistan, ma l’India ha continuato a crescere. Perché? Perché è supporta da alcuni fattori strutturali. Il primo driver è la demografia: la popolazione è giovane, dinamica e in allargamento. Questo è un grande vantaggio se ben gestito. L’urbanizzazione: ogni minuto, venti persone si spostano dalle aree rurali a quelle urbane. Questo crea domanda di infrastrutture fisiche, sociali e digitali. Energia: l’India è il Paese con la crescita più rapida e ha bisogno di energia. Sta investendo fortemente in fonti rinnovabili come il solare e l’idroelettrico per ridurre la dipendenza dalle importazioni. Il quarto driver è il commercio: esportiamo soprattutto servizi IT e farmaceutici, che sono più resilienti agli shock economici rispetto alle materie prime. Infine, la geopolitica: data la posizione strategica nell’Oceano Indiano, molte potenze occidentali vedono nel Paese un alleato fondamentale per bilanciare la Cina. Questo porta investimenti e trasferimenti tecnologici.
Perché considera la geopolitica un fattore di crescita? Piuttosto, ad oggi, potrebbe essere un fattore di rischio.
Perché l’Oceano Indiano è cruciale: il 60%–70% del commercio mondiale passa da lì. La Cina cerca di ottenere accesso diretto a quest’area, ma è circondata da Paesi filo-occidentali. L’unico vero attore dominante in quell’area è l’India, che ha una forte presenza navale. Per questo motivo le potenze globali stanno investendo nell’economia locale per creare un partner affidabile nella catena di approvvigionamento e contrastare l’espansione di Pechino. Ad esempio, Apple ormai produce gran parte degli iPhone destinati agli Stati Uniti nel Subcontinente. Inoltre, grandi multinazionali come Airbus, Boeing, Rolls Royce, Thales e Lockheed Martin stanno aprendo centri di R&D. Questo implica trasferimento tecnologico e afflusso di capitali.
In questo quadro si inserisce il governo di Modi, che negli ultimi tempi ha lanciato diversi progetti per l’efficienza infrastrutturale. Infrastrutture, però, alle quali alcuni economisti guardano come punto debole della crescita del Paese. Le riforme dell’esecutivo sono sufficienti a rafforzare la fiducia degli investitori internazionali?
Il governo sta facendo un buon lavoro, non solo nella progettazione e nel finanziamento ma anche anche nell’esecuzione. Ad esempio, con lo schema PLI (Production Linked Incentives), ha incentivato l’ingresso di produttori stranieri. La strategia non è solo puntare sulla crescita ma anche sulle carenze: grandi opere, ad esempio, che sì sono insufficienti ma che d’altro canto offrono grandi opportunità di rendimento. Chi possiede un’infrastruttura in esclusiva può imporre tariffe più elevate e generare ritorni maggiori sul capitale.
Negli ultimi 12 mesi la RBI ha mantenuto un approccio prudente. Il 6 giugno ha ridotto i tassi di 50 punti base. Alcuni pensano che questo possa essere l’ultimo taglio, altri ritengono che potrebbero essercene altri. Qual è la sua visione per i prossimi 12 mesi?
Circa quattro o cinque mesi fa, l’inflazione era ben oltre la soglia di tolleranza stabilita dalla RBI. L’obiettivo della banca centrale è mantenere l’inflazione attorno al 4%, con un margine di tolleranza tra il 2% e il 6%. L’India ha bisogno di un po’ d’inflazione per generare ritorni a chi ha investito capitali, visto che l’economia è ancora alla ricerca di investimenti: non può restare al 2%-3%. Tuttavia, per un lungo periodo il carovita è stato stabilmente sopra il 6%, in gran parte per fattori stagionali. Un altro elemento preoccupante era la crescita esplosiva dei prestiti alle PMI, che aumentavano oltre il 20%. La RBI è quindi intervenuta, aumentando il costo del denaro e rafforzando i requisiti prudenziali per le banche. Un’iniziativa con cui ha voluto inviare un messaggio chiaro: “Fate attenzione a come prestate denaro”. La RBI è una delle banche centrali più rispettate al mondo. Nei momenti positivi, costruisce buffer anticiclici che operino come margini di sicurezza per poter intervenire in tempi difficili. E infatti, l’inflazione ora è in netto calo. A livello macroeconomico, l’India è nella sua miglior fase degli ultimi dieci anni. Se i prezzi rimarranno sotto controllo, mi aspetto un ulteriore taglio dei tassi d’interesse di 25 punti base entro fine anno.
In questo scenario quali settori dell’economia indiana offrono maggiori opportunità per gli investitori globali nei prossimi 3–5 anni?
C’è un potenziale incredibile in tutti i settori. Per esempio, nel comparto dei beni durevoli e anche sui consumi. Ma tra i settori promettenti ci sono la difesa, vista la crescente attenzione alla sicurezza nazionale; le infrastrutture, in piena espansione; il settore bancario, molto attraente per via della forte domanda interna. Detto ciò, bisogna fare attenzione a tre fattori chiave. Sostenibilità dell’opportunità nel lungo periodo: non puoi prevedere il breve termine, ma nei prossimi 5 anni è certo che la penetrazione dei beni durevoli aumenterà. Qualità del management: chi guida l’azienda deve essere affidabile. Un’opportunità può andare sprecata se chi la gestisce ha problemi di governance o ESG. Valutazioni: garantire un adeguato margine di sicurezza, indipendentemente da quanto appetibile possa sembrare l’opportunità.
Come supportate i clienti istituzionali nella costruzione di una strategia focalizzata sull’India?
Noi siamo la più grande società di gestione patrimoniale dell’India, SBI Funds Management Limited, con oltre 320 miliardi di dollari in gestione. Siamo partecipati da due colossi: State Bank of India (63%), la banca con più filiali al mondo (oltre 23.000), e Amundi (37%), il più grande asset manager in Europa. Questo doppio DNA ci rende unici: da un lato conosciamo il territorio indiano in profondità, con circa 40 anni di esperienza e il più grande team di gestione investimenti locale; dall’altro, comprendiamo le esigenze degli investitori europei, inclusi quelli italiani, e possiamo personalizzare soluzioni d’investimento sostenibili e in linea con i criteri ESG. Siamo in grado di offrire prodotti su misura, con attenzione alla performance, alla conformità ESG e alla solidità delle pratiche di governance.
Ecco, a proposito di ESG, quanto è importante la sostenibilità per l’India oggi?
L’ESG è ormai centrale. Iniziamo dalla S di sociale: ogni sesto abitante del pianeta è indiano. Abbiamo 1,4 miliardi di persone. Se in India qualcosa va storto, le conseguenze sono globali. Sul piano ambientale, poiché siamo tra le principali economie quella che cresce più velocemente, siamo uno dei maggiori consumatori e inquinatori del pianeta, insieme a Cina e Stati Uniti. Se l’India non partecipa pienamente alla transizione verde, il mondo non raggiungerà mai gli obiettivi net-zero. Infine, governance: il costo del capitale in India è elevato, ma questo comporta anche rendimenti potenzialmente superiori. Tuttavia, per attrarre investitori esteri, le aziende devono dimostrare una governance impeccabile. Ed è ciò che sta accadendo: il mondo sta spingendo l’India verso standard ESG più rigorosi. Un esempio concreto: entro il 2030, l’India punta a installare 500 GW di energie rinnovabili (solare, idroelettrico, nucleare). Metà di questo obiettivo è già stato raggiunto. Il progresso è lento, perché richiede capitali, ma il Paese si sta muovendo decisamente in quella direzione, con impegno da parte del governo, delle aziende e dei regolatori.
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