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Il PIL del secondo trimestre cresce del 3,8% da -0,5%. Merito del boom registrato dai consumi, che però sono stati influenzati dal calo delle importazioni dovuto ai dazi. Intanto l’occupazione tiene e l’inflazione rallenta ma resta. Per gli esperti, le prospettive sui tassi non cambiano
L’economia americana corre più delle attese. Il pil del secondo trimestre è infatti cresciuto del 3,8%, oltre il 3,3% inizialmente previsto. La conferma arriva dal Dipartimento del Commercio, secondo cui a spingere la locomotiva USA sono state soprattutto le spese delle famiglie. Inferiore alle previsioni invece il dato sui sussidi di disoccupazione, calati di 14mila unità a quota 218mila contro i 233mila attesi dagli analisti, mentre l’inflazione relativa ai consumi personali è salita al 2,9%. Una rilevazione che, per gli esperti, ridimensiona i timori sulla salute degli States ma non influenzerà la Fed perché viziata dall’effetto dazi.
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L’economia ha il vento in poppa
Il dettaglio delle rilevazioni mostra come il prodotto interno lordo del Paese abbia toccato i massimi da due anni su base trimestrale, mostrando un netta rialzo dal -0,5% registrato nel periodo precedente e superando anche il +3,5% atteso dagli economisti. Un risultato figlio soprattutto dei consumi effettuati dai cittadini, che hanno segnato un +2,5% dal precedente +0,5% e sono risultati in salita dal +1,6% della stima preliminare. Bene anche la dinamica dei profitti aziendali, che ha visto gli utili complessi impennarsi dello 0,2% dal calo da un calo del 3,3%.
Inflazione in calo ma ancora appiccicosa
Quanto all’inflazione, il tasso finale annualizzato su base trimestrale dell’indice dei prezzi delle spese per consumi personali core (PCE) si è attestato al 2,6% ed è quindi risultato leggermente superiore sia alle previsioni della vigilia sia al valore precedente (+2,5% in entrambi i casi). Nella sua versione ‘non core’, che include beni volatili quali cibo ed energia, la metrica ha invece segnato un +2,1% dal +2% preventivato e dal +3,7% di inizio anno: si tratta di un allungo più modesto ma pur sempre significativo nell’ottica di formulare ipotesi sulla traiettoria di politica monetaria, essendo il PCE l’indicatore più attenzionato dalla Fed per decidere come agire sui tassi di interesse.
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L’inganno dei dazi
I dati su crescita e inflazione, combinati con quelli relativi al mercato del lavoro, potrebbero far pensare che Jerome Powell abbia maggior sostegno nella sua lotta contro Trump per non cedere alle pressioni e mantenere invariato il costo del denaro nei prossimi: a differenza di quanto accaduto nei mesi scorsi, con lo stesso presidente della banca centrale che era stato costretto a ridefinire la bilanci dei rischi, la fotografia restituita dalla rilevazione mostra infatti un’economia forte. In realtà, come raccontato alla stampa americana da diversi esperi, la realtà è molto più sfumata e i risultati sono falsati dall’effetto dazi. L’analista Bret Kenwell ha spiegato alla CNN come il calo delle importazioni abbia contribuito ad alimentare la ripresa durante la primavera rispetto alla contrazione all’inizio dell’anno, quando gli importatori hanno accumulato scorte per anticipare l’entrata in vigore delle tariffe. Di “visione retrospettiva” ha invece parlato al Financial Times Ryan Sweet della Oxford Economics, aggiungendo che il vero fattore da monitorare per capire come si muoverà la Fed il rapporto mensile sull’occupazione in programma per il 3 ottobre.
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