Il mercato globale a fine 2024 valeva circa 2.000 miliardi di dollari. Preoccupano i legami con banche, asset manager e assicurazioni e la partecipazione del retail. “Agire su trasparenza, vigilanza e concentrazione”
Il mercato del credito privato è cresciuto rapidamente negli ultimi anni fino a raggiungere, a fine 2024, un valore compreso tra i 1.500 e i 2.000 miliardi di dollari. Tuttavia resta un’enorme, pericolosa incognita. La scarsa trasparenza e i criteri di valutazione meno rigorosi, uniti all’aumento della partecipazione retail e al legame sempre più stretto e opaco con banche, asset manager e assicurazioni, pongono infatti seri rischi per il sistema finanziario mondiale. L’allarme arriva dal Financial Stability Board, l’organismo composto da banchieri centrali, autorità di vigilanza e ministri delle Finanze dei Paesi del G20, che segnala un incremento dei default. “Sebbene il private credit porti benefici sotto forma di finanziamenti su misura per le società e diversificazione per gli investitori, incorpora anche diverse vulnerabilità”, è l’avvertimento.
Secondo l’FSB, la crescita del settore, che stando all’Alternative Investment Management Association ha ormai toccato quota 3.500 miliardi di dollari, è stata trainata dalla sua capacità di fornire opzioni di finanziamento personalizzate alle imprese, comprese quelle con rischi di credito più elevati o garanzie limitate. Queste, infatti, dopo la crisi finanziaria del 2007-2009 hanno visto ridursi la possibilità di accedere ai prestiti bancari a causa di una regolamentazione più stringente. Tuttavia, sottolinea il report intitolato appunto ‘Vulnerabilities in private credit’, se in passato il comparto si concentrava principalmente sulle aziende di medie dimensioni ed era appannaggio degli investitori istituzionali, ora viene utilizzato sempre più anche dalle grandi imprese e sta diventando accessibile ai piccoli investitori.
Rischi in aumento
Il rapporto segnala quindi come in tutto il comparto stiano emergendo segnali di stress sottostante, tra cui una crescita dei default e dell’uso di accordi di pagamento in natura (PIK). “I tassi di insolvenza, sebbene ancora moderati, sono in aumento. Ma se consideriamo indicatori più ampi, come i default selettivi e gli scambi di crediti deteriorati, il quadro diventa più preoccupante”, ha spiegato il segretario generale dell’FSB, John Schindler. Inoltre, salgono anche i rischi di concentrazione, con cinque grandi gestori patrimoniali che rappresentano circa un terzo degli impegni di prestito totali nel credito privato e nel private equity, mentre l’elevato livello di indebitamento del settore è incentrato in pochi settori come tech, sanità e servizi.
Il legame sempre più stretto con banche e assicurazioni
Andrew Bailey, governatore della Bank of England e presidente del FBS
Sebbene al momento l’esposizione complessiva degli istituti di credito rimanga limitata, attestandosi a meno dello 0,5% del totale degli attivi bancari, secondo l’organismo di Basilea, “l’ecosistema del private credit è sempre più caratterizzato da interconnessioni via via più profonde tra asset manager, banche, assicuratori e società di private equity”. Proprio questa settimana, il colosso britannico HSBC ha annunciato una perdita inaspettata di 400 milioni di dollari legata al collasso dell’istituto di credito ipotecario britannico Market Financial Solutions, sollevando ulteriori interrogativi sull’esposizione dei finanziatori. Non solo. Sono aumentati anche i legami con le assicurazioni: si stima infatti che circa il 10% dei portafogli delle compagnie vita sia investito in prestiti non bancari, rispetto a circa il 3% di quelle del ramo danni. Andrew Bailey, presidente del FSB e governatore della Bank of England, ha parlato di estese “connessioni indirette” e ha avvertito che “questi molteplici livelli di leva finanziaria all’interno dell’ecosistema meritano un esame più approfondito”.
Aumentare trasparenza esupervisione
Il controllo da parte delle autorità di vigilanza, si legge nel report, è tuttavia limitato a causa dell’opacità del comparto, che complica anche le analisi degli stessi investitori. Per questo l’FSB indica una serie di aree di intervento, tra cui il miglioramento della trasparenza e della diffusione dei dati, la valutazione degli squilibri di liquidità e la condivisione delle migliori prassi regolamentari da parte degli organismi di vigilanza.
Desta poi parecchia preoccupazione anche la crescente partecipazione dei piccoli investitori. La quota detenuta dai risparmiatori è infatti passata da quasi zero a circa il 13% nell’arco di un decennio. E Schindler ha rimarcato come la diffusione di prodotti aperti e semiliquidi, progettati per attrarre capitali retail, potrebbe creare squilibri di liquidità, poiché i fondi offrono rimborsi periodici pur detenendo attività illiquide a lungo termine.
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