Dalla spinta fiscale all’auto-enrolment fino a una maggiore libertà in uscita: la nuova fase del sistema punta a rafforzare coperture e mercato dei capitali. La sfida ora è l’implementazione
Si apre un nuovo capitolo per la previdenza complementare italiana. Non solo come strumento di tutela futura ma come leva strategica per la crescita economica del Paese. È questo il filo conduttore emerso nel confronto tra istituzioni e industria alla prima giornata del Salone del Risparmio 2026. L’entrata in vigore, il prossimo 1° luglio, delle misure presenti nella Legge di Bilancio segna infatti uno spartiacque decisivo. L’attenzione si sposta su impatti concreti, operatività e opportunità per cittadini e sistema.
Una nuova fase
Fabio Galli, Direttore Generale di Assogestioni
A sottolinearne la portata è Fabio Galli, Direttore Generale di Assogestioni: “Dovremmo essere orgogliosi di una riforma che dopo diversi anni ha una sua organicità”. Un impianto che, secondo il top manager, potrebbe tradursi in uno sprint significativo delle adesioni. Innanzitutto, ha spiegato Galli, i nuovi lavoratori accederanno automaticamente al sistema: “Si imporrà un modo di investire più efficiente, quindi ci sarà un portafoglio più diversificato che darà dei rendimenti maggiori e più gradi di libertà sia quando si va in pensione nel modo in cui si può percepire il trattamento oppure per le somme che si vogliono prelevare”. Con questa riforma, ha aggiunto, “il vantaggio fiscale è fortissimo”. Da qui, la conclusione sua e dell’Associazione:“Crediamo in un salto di qualità per tutto il sistema del secondo pilastro”.
Non solo previdenza
Stefano Cappiello, dirigente generale, Direzione V, Regolamentazione e Vigilanza del Sistema Finanziario del Mef
Sul piano istituzionale, la misura si inserisce in una cornice più ampia di modernizzazione del sistema finanziario. L’obiettivo è duplice: rafforzare la sicurezza delle famiglie e sostenere l’economia reale. “Una riforma a servizio della collettività in tutte le sue forme”, ha spiegato il dirigente del MEF Stefano Cappiello, che ha precisando come l’intervento agisca su tre direttrici: adesione, accumulo e decumulo. “Abbiamo fissato una serie di regole che vogliono introdurre una spinta gentile perchè dobbiamo migliorare l’entrata e la propensione all’investimento in equity ma anche consentire più libertà nella fase di deflusso”. Tra le leve principali, insieme a una maggiore flessibilità nelle prestazioni, incentivi fiscali e meccanismi di auto-enrolment.
Lucia Anselmi, direttrice generale Covip
Sul fronte della vigilanza, come chiarito dalla direttrice generale della Covip Lucia Anselmi, èla tempistica serrata a rappresentare la principale sfida operativa. “Le nuove norme muovono nella giusta direzione e possono dare un contributo importante allo sviluppo del settore”, ha spiegato la dirigente, precisando che il tempo breve non deve però essere un alibi di depotenziamento di una riforma così importante. Il rischio, infatti, è quello di sacrificare la portata innovativa sull’altare dell’urgenza. Per questo, il confronto con gli operatori diventa centrale. La partita si gioca sull’esecuzione. Tra incentivi, nuove regole e maggiore flessibilità, il sistema è chiamato a dimostrare di saper trasformare il potenziale in risultati concreti sia in termini di adesioni sia di sviluppo del mercato dei capitali.
Ugo Loeser, presidente Comitato Previdenza e Investimenti a Lungo Termine di Assogestioni
Sul palco sono stati proprio gli operatori in prima battuta a confrontarsi, moderati dalla direttrice Fisco e Previdenza di Assogestioni Arianna Immacolato. Il presidente del Comitato associativo dedicato a Previdenza e Investimenti di Lungo Termine di Assogestioni, Ugo Loeser, ha ricordato come la misura debba portare con sé anche una maggiore informazione e formazione nonché trasparenza. “Abbiamo una responsabilità nei confronti degli aderenti”, ha spiegato, “la fiducia è fondamentale e dobbiamo fare capire sia cosa stiamo facendo sia gli interessi che andiamo a tutelare”.
Maurizio Grifoni, presidente del fondo pensione Fon.Te
Anche per Maurizio Grifoni, presidente del fondo pensione Fon.Te, si tratta di un’occasione “collettiva” e non solo personale. “La previdenza complementare rappresenta uno strumento di cittadinanza economica che sostiene il Paese”, ha spiegato “ed è anche per questo che abbiamo lanciato un’iniziativa per i bambini utilizzando il cashback per attivare delle posizioni previdenziali fin dall’infanzia con il nostro fondo. “Abbiamo un gap molto forte rispetto agli altri paesi”, ha concluso, precisando che “bisogna cominciare a pensare al futuro perché il presente è un’illusione”.
Mauro Marè, presidente Mefop
Parole che sposano in pieno la linea espressa da Mauro Marè, presidente Mefop, che ha messo a confronto un sistema a ripartizione definito “ormai al collasso” con quello basato sul principio della capitalizzazione. “Mi aspetto che la riforma della previdenza complementare produca un effetto positivo sul sul settore”, ha dichiarato il dirigente della società fondata nel 1999 da ministero dell’Economia proprio per promuovere l’importanza del secondo pilastro, precisando che “la direzione è quella giusta”.
Elisa Panzera, presidente AIDP Lombardia
Per Elisa Panzera, presidente AIDP Lombardia, anche le imprese sono chiamate a giocare il proprio ruolo nella partita. “La consapevolezza in azienda sta aumentando ma è ancora troppo bassa rispetto all’estero”. ha detto. Poi ha aggiunto: “Il lavoratore deve essere accompagnato verso una nuova visione di previdenza integrata, che non abbia a che fare esclusivamente con il cambiamento normativo”. Dal suo punto di vista, dunque, quello che serve è in primis un cambiamento culturale ma questo si crea solo con la formazione e l’informazione”.
Le anticipazioni del Censis
Giorgio De Rita, segretario generale del Censis
A rafforzare il quadro sono arrivate anche le prime evidenze della settima ricerca congiunta Censis–Assogestioni, anticipate da Giorgio De Rita, che offrono una chiave di lettura sul comportamento finanziario degli italiani e sulla propensione a investire nel futuro. Un approccio che, come spiegato dallo stesso ricercatore, ha storicamente privilegiato la liquidità: “Per tanti anni i nostri concittadini hanno tenuto i soldi fermi sui conti corrente per avere un tesoretto pronto”. Ma lo choc inflattivo recente ha cambiato prospettiva: “Ha fatto capire che forse non è quella la scelta e che bisogna aggiungere un pezzetto di futuro”. I numeri, tuttavia, continuano a raccontare di un quadro a luci e ombre. Da un lato, una base rilevante: circa 10 milioni di iscritti e 243 miliardi di masse accumulate. Dall’altro, ampi margini di crescita anche legati all’utilizzo del Tfr: “Il 75% delle risorse complessivamente sfugge alla previdenza complementare”, ha detto De Rita. Il vero nodo resta però culturale. A trent’anni dalla riforma Dini la conoscenza della previdenza complementare è infatti ancora poco diffusa. Solo il 15,4% degli italiani tra i 18 e i 64 anni dichiara di averne piena contezza, il 59% ne sa qualcosa mentre il 25,6% è completamente allo scuro. Dall’incrocio per genere emerge poi un gender gap significativo: solo il 10,7% delle donne dichiara di aver chiari in mente i vari strumenti contro il 20% degli uomini, le conosce a grandi linee il 58,6% e (59,5% in colleghi maschi) e le ignora il 30,7% (20,5%). Da qui la necessità di un salto di qualità: “Occorre fare un lavoro di informazione e spiegazione molto più profondo”, ha concluso il segretario generale del Censis.
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