Il cartello dei maggiori produttori al mondo pronto a estrarre 411mila barili al giorno in più nel prossimo mese. Brent e WTI in rosso. Ma dal Medioriente potrebbero arrivare nuovi stimoli. Da Goldman Sachs a Morgan Stanley, cosa si aspettano gli analisti e perché Trump è alla finestra
Il petrolio sull’ottovolante. In avvio di settimana i prezzi del greggio sono caduti in picchiata sui mercati asiatici dopo che l’Opec+, il cartello che riunisce i maggiori Paesi produttori e la Russia, ha concordato il rialzo della produzione per il secondo mese di fila. Il West Texas Intermediate (WTI), benchmark di riferimento per il greggio USA, è arrivato a cedere il 3,8% a 56,08 dollari al barile mentre il suo corrispettivo europeo, il Brent, ha perso il 3,5% e ha toccato un minimo intraday di 59,17 dollari. Un calo che le ultime tensioni in Medioriente rischiano però di far presto scordare.
A scatenare i ribassi è stato l’annuncio del gruppo di otto produttori, guidato dall’Arabia Saudita, che sabato scorso ha deciso di incrementare la produzione di greggio di ulteriori 411mila barili al giorno per tutto il mese di giugno. Un’iniziativa che replica quella posta in essere ad aprile, quando il cartello aveva ampliato l’offerta della stessa misura. Si tratta di un aumento che era previsto dagli analisti, ma non in questa misura: Goldman Sachs, ad esempio, stimava un incremento tre volte inferiori e pari ad appena 140mila barili. Complessivamente, il gruppo porterà sul mercato oltre 800milabarili aggiuntivi in due mesi.
Ipotesi ritorsione interna dietro la decisa
Non è ancora chiaro come mai il cartello abbia optato per questa soluzione. Indiscrezioni riportate dai media internazionali parlano però di una decisione con cui l’Arabia Saudita, Paese capofila del gruppo, avrebbe voluto punire alcuni membri colpevoli di non aver superato le quote estrattive loro spettanti. Tanto basta, comunque, per rinnovare le preoccupazioni degli investitori sull’eccesso di offerta e mettere in secondo piano la notizia secondo cui la Cina starebbe valutando l’apertura di colloqui con gli USA per cercare di alleviare le tensioni commercialitra le due maggiori economie mondiali e alzare di nuovo la domanda di greggio. L’aumento dell’OPEC+ è “semplicemente non assorbibile” dal mercato, ha affermato a Bloomberg il direttore dell’analisi petrolifera Ajay Parmar. “La crescita della domanda è debole, soprattutto con la recente imposizione dei dazi“, ha aggiunto.
La nuova strategia dell’Opec+ rappresenta una netta inversione di tendenza rispetto alla posizione di lunga data che il cartello affermava di voler sostenere per difendere i prezzi del petrolio. Aumentano quindi i dubbi sul futuro dell’alleanza, aprendo a possibili conseguenze come una guerra dei prezzi. Gli analisti hanno già rivisto le loro previsioni a riguardo. MorganStanley ha ridotto le aspettative di prezzo di cinque dollari rispetto a qualche mese fa, stimando una quotazione di 62,5 dollari al barile per il Brent nel terzo e quarto trimestre del 2025, e lo stesso hanno fatto in casa Goldman. Potrebbe trattarsi di una buona notizia sia per le banche centrali sia per il presidente americano DonaldTrump, perché un calo dei prezzi energetici sostenuto e prolungato potrebbe aiuterebbe a compensare parte dell’impatto inflazionistico previsto dai dazi dell’energia.
Nuova escalation in Medio Oriente
Benjamin Netanyahu, premier di Israele
Sul fronte geopolitico, le tensioni in Medio Oriente intanto sono aumentate e promettono di riflettersi sui prezzi della materia prima: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso rappresaglie contro i ribelli Houthi e di agire anche contro il loro “sostenitore”, l’Iran, dopo che un missile lanciato dai ribelli yemeniti è atterrato nei pressi del principale aeroporto israeliano. Dichiarazioni cui il ministro della Difesa di Teheran, Aziz Nasirzadeh, ha risposto avvertendo che il Paese reagirà se attaccata dagli Stati Uniti o dai suoi alleati.
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