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Geopolitica, acquisti record delle banche centrali e riequilibri valutari sostengono la domanda. Dopo i massimi di inizio 2026, le correzioni non intaccano la tesi strutturale e riaprono spazi di allocazione. Anche sui miner. La view Arnaud du Plessis, portfolio manager di CPRAM (Amundi)
Il 2025 è stato storico per l’oro. Il metallo giallo ha messo a segno un rialzo di circa il 65% in dollari, chiudendo l’anno in area 4.300 dollari l’oncia e mettendo a segno il miglior risultato sui 12 mesi dal 1979. Un balzo rispetto al quale, perfino alla luce della recente correzione, molti osservatori hanno scartato l’ipotesi dell’eccesso parlando invece del riflesso di molteplici fattori strutturali. Ne è convinto anche Arnaud du Plessis, portfolio manager della controllata di Amundi CPRAM, secondo cui tensioni geopolitiche e una crescente domanda istituzionale alimenteranno ancora il rally.
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Un contesto di incertezza
“È il momento perfetto per parlare di oro e di miniere aurifere”, ha spiegato du Plessis, ricordando come il contesto globale sia tornato a essere dominato dall’incertezza. Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, i dossier molti geopolitici irrisolti e i dubbi sull’indipendenza delle banche centrali hanno infatti contribuito a rafforzare il ruolo del metallo giallo come bene rifugio. “Dal momento in cui il tycoon ha rimesso piede alla Casa Bianca”, ha sottolineato il gestore, “le incertezze sono aumentate in modo significativo e hanno richiamato anche i timori legati ai livelli eccessivi di debito pubblico nei Paesi occidentali”.
Il ruolo delle banche centrali
Ma un altro elemento chiave del rally recente è stato, per l’esperto, il comportamento delle banche centrali. Dal 2022 gli acquisti ufficiali di oro sono più che raddoppiati rispetto alla media del decennio precedente, con oltre mille tonnellate l’anno fino al 2024 e circa 860 tonnellate nel 2025. Una corsa alla cui base sta l’esigenza di diversificare le riserve valutarie e ridurre l’esposizione al dollaro. “Per molti istituti emergenti il problema è l’eccessiva dipendenza dal biglietto verde”, ha spiegato du Plessis, “perché un indebolimento del dollaro può erodere il valore delle riserve”. Ecco allora che proprio il lingotto diviene una forma di diversificazione naturale: non a caso, la quota del metallo giallo nelle riserve ufficiali globali è salita intorno al 20% dal 10% dieci anni fa.
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Una correzione solo temporanea
Dopo i massimi di gennaio 2026, con quotazioni che hanno toccato area 5.600 dollari l’oncia, il mercato ha attraversato una fase di forte volatilità e prese di profitto che ha riportato le quotazioni della materia prima verso i 5mila dollari. Ma questo movimento, per du Plessis, non cambia la lettura di fondo: “Dopo rally così spettacolari, una fase di consolidamento è fisiologica perché il mercato ha bisogno di prendere fiato”. In quest’ottica, il gestore non esclude che le correzioni possano rappresentare opportunità di ingresso graduali: “Piuttosto che cercare di individuare il minimo o il massimo, ha più senso costruire l’esposizione in maniera progressiva”.
Il ruolo dei miner in portafoglio
Particolare attenzione, in ottica di costruzione del portafoglio, merita il comparto delle società minerarie aurifere. Specie perché il comparto, come osservato dall’esperto di Amundi, nel 2025 ha sovraperformato il metallo con rialzi superiori al 150%. “Nonostante il forte recupero”, constata du Plessis, il settore presenta ancora valutazioni contenute su base storica”. E la spiegazione risiede nella dinamica dei costi: l’inflazione ha spinto il costo di produzione di un’oncia d’oro da circa 1.000 dollari nel 2020 a 1.500 dollari oggi, ma l’impennata dei prezzi del metallo ha ampliato in modo significativo i margini operativi. “Nonostante l’aumento dei costi”, sintetizza il gestore, “la redditività dell’industria non è mai stata così elevata e il free cash flow generato oggi è molto significativo”. Senza contare che molte società non hanno ancora pienamente scontato questo miglioramento strutturale nei multipli di valutazione.
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Incognita Cina
Sul fronte geopolitico, la crescente influenza della Cina nel mercato globale dei materiali rappresenta un altro tassello del quadro. Pechino è infatti oggi il primo produttore mondiale e continua ad accumulare metallo nelle riserve ufficiali. “Ufficialmente il lingotto pesa solo per circa il 7% delle riserve valutarie del Paese contro una media globale del 20% e questo suggerisce che il processo di accumulo è tutt’altro che concluso, spiega il gestore, collegando la strategia del Dragone al più ampio obiettivo di ridurre il dominio del dollaro negli scambi internazionali.
Il futuro
Guardando alle prospettive, du Plessis evita target di prezzo puntuali ma ribadisce che i principali driver a sostegno restano in piedi: tassi reali destinati a rimanere relativamente bassi nel medio termine, dollaro strutturalmente più debole e persistente incertezza geopolitica. “L’oro è il debito di nessuno perché non ha rischio di credito né di controparte e non può essere creato come la moneta”, sintetizza. Una caratteristica che, in un mondo segnato da elevato indebitamento e crescente frammentazione geopolitica, continua a rendere il metallo giallo un pilastro di diversificazione nei portafogli di lungo periodo.
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