Dalla Fed alle tensioni geopolitiche fino al debito Usa e alle banche centrali: i driver del metallo giallo sono numerosi. Gli analisti vedono quota 3.850 entro giugno 2026
Ormai non fa quasi più notizia, visto che nel 2025 ha già aggiornato il suo record per ben 29 volte e guadagnato oltre il 35%. Eppure, anche questa settimana l’oro ha sfondato un’altra soglia degna di nota: ha superato i 3.600 dollari l’oncia, fermandosia un soffio da quota 3.700. D’altra parte i driver che spingono da mesi l’inarrestabile rally del bene rifugio per antonomasia non sembrano destinati a venir meno in tempi brevi e la crisi politica francese di queste ore è solo l’ultimo dei motori. Così sono molti i gestori che prevedono nuovi massimi e considerano eventuali pause o ritracciamenti come buone opportunità.
Nitesh Shah, head of commodities & macroeconomic research Europa di WisdomTree
Per Nitesh Shah, head of commodities and macroeconomic research di WisdomTree, il metallo giallo ha sì ripreso il suo classico ruolo di bene rifugio ma si è fatto più di un semplice investimento difensivo: “Sta diventando la più chiara espressione del malessere sistemico”, afferma. Anche alla luce di questo, secondo l’esperto, raggiungerà i 3.850 dollari l’oncia entro il secondo trimestre del 2026. A sostegno della sua tesi, Shah indica cinque driver. Il primo è ovviamente l’incertezza commerciale, con gli investitori che continuano a proteggersi dall’impatto negativo dei dazi. Ma a pesare è anche la traiettoria del debito a stelle e strisce: il deficit degli Stati Uniti è infatti destinato ad aumentare di oltre tremila miliardi di dollari nel prossimo decennio, sollevando interrogativi sulla sostenibilità di bilancio. Terzo motore della corsa è, secondo Shah, la fragilità istituzionale: “Le pressioni politiche sulla Federal Reserve ricordano gli episodi della fine degli anni Settanta, quando l’oro registrò rialzi storici”, fa notare. A tutto questo si aggiungono poi il ben noto rischio geopolitico, con le tensioni che vanno dallo stallo dell’Iran sul nucleare al conflitto Russia-Ucraina e alla debolezza del dollaro.
La Fed dovish
Quest’ultimo sprint del metallo giallo si deve però in particolare alla Fed. Come fa notare Ricardo Evangelista, senior analyst di ActivTrades, l’impressionante rally iniziato venerdì è proseguito dopo che i deludenti dati sull’occupazione negli USAhanno fatto aumentare le scommesse su un taglio dei tassi da parte dell’istituto centrale. “La perdita di slancio del mercato del lavoro è vista come un segnale di rallentamento economico e questa percezione potrebbe rafforzarsi con la pubblicazione dei dati rivisti”, analizza l’esperto. È infatti sua convinzione che, se questi numeri seguiranno la recente tendenza al ribasso, le aspettative di una politica accomodante da parte dei banchieri centrali potrebbero intensificarsi e creare altro spazio per nuovi guadagni dell’oro determinando un ulteriore indebolimento del dollaro insieme a un calo dei rendimenti. “In questo contesto e con il persistere dell’incertezza sul commercio globale”, assicura quindi Evangelista, “le prospettive rimangono positive”.
Filippo Diodovich, senior market strategist di ING Italia
Oltre alle tensioni internazionali e ai tassi d’interesse, Filippo Diodovich ricorda la spinta delle banche centrali come fattore di supporto alla corsa del lingotto. “Un sondaggio recente del World Gold Council mostra che il 73% degli istituti centrali prevede di ridurre le riserve in dollari nei prossimi cinque anni mentre il 76% intende aumentare quelle in oro”, spiega il senior market strategist di ING Italia. La domanda di questi investitori rimane insomma solida, con 123 tonnellate di acquisti netti nella prima metà del 2025. In particolare, sottolinea Diodovich, gli ultimi dati dell’organizzazione mostra come siano state le banche centrali di India e Cina ma anche Turchia e Polonia a guidare gli acquisti quest’anno. “Il dubbio è che molti Paesi abbiano deciso di modificare le proprie esposizioni nei confronti dei debiti di alcuni Stati occidentali per fare incetta di metallo giallo”, conclude, “in particolare Stati Uniti e membri UE”.
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