Dai private asset ai bond sovrani passando per la gestione attiva: ecco come dovrebbe cambiare l’asset allocation secondo Nuveen nell’attuale contesto ‘post Grande Moderazione’
Nathan Shetty, CFA FRM head of Multi-Asset di Nuveen
Più private market e real asset, un diverso ruolo per i bond sovrani e un’attenta esposizione all’IA. Con una parola d’ordine: gestione attiva. Sono questi, secondo Nuveen, alcuni dei nuovi comandamenti dell’era attuale, quella post Grande Moderazione, in cui bassa inflazione, mini tassi e ridotta volatilità sembrano essere stati definitivamente archiviati. Ora gli investitori devono fare i conti con un nuovo contesto, caratterizzato da elevata instabilità, PIL e carovita più volatili ed elevata dispersione delle previsioni economiche. Per questo Nathan Shetty, CFA FRM head of Multi-Asset dell’asset manager statunitense, ha individuato nove temi chiave che gli istituzionali dovrebbero prendere in considerazione per migliorare la resilienza e l’adattabilità dei loro portafogli.
Secondo l’esperto, il primo aspetto da prendere in considerazione riguarda alcune strategie poco efficaci durante l’era della liquidità a basso costo che sono ora tornate alla ribalta. Value investing, volatilità lunga, titoli a tasso variabile, materie prime e altri real asset si candidano infatti per ricoprire un ruolo più costruttivo nei portafogli diversificati. “L’attuale livello di intervento della politica monetaria e fiscale ha interrotto la relazione storica tra tassi di interesse ed economia reale. Paradossalmente, proprio le politiche finalizzate a promuovere la stabilità in realtà creano una maggiore instabilità”, spiega Shetty. Per questo raccomanda agli investitori di essere cauti nel fare affidamento a previsioni derivate da relazioni dipendenti da condizioni che non esistono più.
2. Addio alle allocazioni globali ponderate per la capitalizzazione
Altro cambiamento probabile, secondo Shetty, riguarda la dispersione dei rendimenti di mercato tra i diversi Paesi e regioni, che dovrebbe aumentare. Dal punto di vista della costruzione del portafoglio, quindi, gli indici ponderati per la capitalizzazione di mercato globale potrebbero diventare veicoli non ottimali per raggiungere la diversificazione geografica nel nuovo contesto. “Gli investitori possono invece costruire in modo più efficace le loro allocazioni geografiche attribuendo un peso maggiore alle forze economiche che determinano i rischi e i rendimenti di mercato di un Paese o di una regione”, osserva quindi l’esperto. Secondo cui incorporare fattori geopolitici come stato di diritto, potenza militare, solidi diritti di proprietà, accesso all’innovazione, mercati finanziari avanzati, tendenze capitalistiche e abbondanza di risorse naturali contribuirà ulteriormente a perfezionare le allocazioni geografiche.
3. Rispettare i limiti delle banche centrali nel controllo dell’inflazione
Altro assunto cruciale, ricorda Shetty, è che l’inflazione non è esclusivamente una funzione del comportamento delle banche centrali nel lungo periodo. E per l’esperto ci sono quattro tendenze strutturali che impediranno a Powell, Lagarde e colleghi di raggiungere gli obiettivi prefissati: deglobalizzazione, transizione energetica, invecchiamento demografico e spese in deficit. “Si tratta di un contesto intrinsecamente inflazionistico”, avverte.
4. L’intelligenza artificiale è un’arma a doppio taglio
Se non c’è dubbio sull’enorme potenziale dell’intelligenza artificiale come fattore d’incremento della produttività, l’head of Multi-Asset di Nuveen mette in guardia dal dare per scontato che possa compensare completamente l’ampia gamma di venti di coda inflazionistici. “La crescita dell’IA non avviene in modo isolato: l’enorme ammontare di potenza di calcolo richiesta per la sua continua espansione consumerà quantità esorbitante di materiali, spazio fisico ed energia. Fattori produttivi del mondo reale la cui disponibilità è limitata”, fa notare.
5. Ridefinire il ruolo delle obbligazioni sovrane
Un altro cambio di mentalità necessario riguarda poi i bond sovrani. Per Shetty bisogna infatti iniziare a considerarli asset di rischio piuttosto che diversificatori, dal momento che pur essendo per lo più esenti da default, queste titoli dei mercati sviluppati non sono certo esenti dal rischio di tasso d’interesse. “Anche gli investitori a lungo termine dovrebbero valutare se siano debitamente compensati per il rischio che assumono, in particolare quando i premi a termine sono depressi”, evidenzia.
6. Non assumere più rischi del necessario
Lo specialista si sofferma poi sul fatto che la maggior parte delle valutazioni azionarie sono tirate e che gli spread di credito sono estremamente ristretti. E mette in guardia: “Sebbene i rendimenti totali attesi appaiano piuttosto attraenti, sono diventati allettanti a causa del più alto risk free rate incorporato, non a causa di un aumento del premio di rischio azionario previsto o degli spread di credito”.
7. Private markets: non solo per il premio di illiquidità
Secondo Shetty, un approccio efficace per ottimizzare i bucket d’illiquidità di un portafoglio consiste nell’incrementare l’allocazione sui private asset in base alla capacità di fornire un’esposizione idiosincratica non replicabile sui mercati pubblici. “Ad esempio, i portafogli di royalty o i terreni agricoli presentano esposizioni economiche che non si trovano comunemente nei mercati pubblici”, chiarisce.A suo parere, oltre a sfruttare il rischio idiosincratico, gli investitori possono ricorrere ai mercati privati anche per estrarre valore dal deal sourcing, dai miglioramenti operativi e dall’expertise di strutturazione. “Gli investitori potrebbero essere più avvantaggiati puntando su questi valori aggiunti del mercato privato piuttosto che sul premio di illiquidità spesso citato, che è difficile da valutare e varia nel tempo, o sulla soppressione della volatilità, che è più un concetto di reporting che un riflesso del rischio”, aggiunge.
8. Apprezzare il valore della scarsità dei real asset
Altra asset class da tenere d’occhio è quella dei real asset, che per l’esperto rafforza i portafogli tradizionali generando rendimenti interessanti in contesti spesso negativi per gli asset finanziarizzati, come obbligazioni e azioni. “Ciò è imputabile al semplice fatto che gran parte del loro valorederiva dalla loro scarsità, dal momento che l’offerta di beni tangibili è intrinsecamente limitata”, sottolinea. Aggiungendo che molti dei fattori di rischio sottostanti che ne determinano il valore sono “altamente idiosincratici, in quanto legati a diversi tipi di colture, strutture operative, accordi contrattuali, aree geografiche e altri fattori che variano da asset ad asset”.
9. Siate attivi dove potete avere il massimo impatto
Infine, dato il contesto caratterizzato da un’accentuata variabilità macro, per Shetty il rischio involontario e la deriva dei rendimenti in cui si incorre mantenendo costante l’asset allocation saranno decisamente maggiori. Insomma, è ormai improbabile che un approccio ‘imposta e dimentica’ possa dare frutti. Insomma, i rischi e i rendimenti attesi, determinati da un insieme comune di fattori macro, stanno cambiando. “Ciò giustifica un maggiore dinamismo nell’asset allocation strategica, senza il quale la posizione di rischio del portafoglio diventa un sottoprodotto dell’evoluzione delle dinamiche di mercato e gli investitori rinunciano alla possibilità di legare intenzionalmente il portafoglio al risultato desiderato”, conclude.
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