Secondo uno studio della Rome Business School, nell’ultimo anno il valore delle operazioni di merger e acquisition è salito del 38%. E quello relativo al private equity del 134%. Tutte le ragioni e alcune ombre
Nell’ultimo anno il valore delle operazioni di merger e acquisition in Italia è aumentato del 38%, e ancora meglio ha fatto quello relativo al private equity, schizzato del 134%. Un trend di crescita solido e in ripresa, a giudicare dai dati del primo trimestre del 2024. È quanto emerge da un report pubblicato dalla Rome Business School, stando al quale il numero delle operazioni di M&A ha registrato un andamento positivo rispetto il periodo pre-pandemico (+5,2%) e ha confermato il trend (+4,3%) nei tre mesi da gennaio a marzo. Per quanto riguarda invece il private equity, il valore dei deal è appunto passato da 1 a 2,4 miliardi di euro fra il primo trimestre 2023 e lo stesso periodo di quest’anno. Ma forte si è rivelata la contrazione del numero di operazioni chiuse tra la fine del 2021 e gli ultimi mesi del 2023, crollate da 138 ad 89.
Analizzando tutte le operazioni di M&A nel periodo 2019-marzo 2024, il mercato italiano mostra una lenta dinamica al rialzo: dalle 673 operazioni di cinque anni fa, a fine 2023 se ne contano infatti 708 (+5,2%). E nei primi tre mesi di quest’anno si è passati da 139 a 145 (+4,3%). In termini di valore, nel confronto fra il primo trimestre 2023e quello del 2024, si registra una netta accelerazione dell’ammontare aggregato, stimabile in circa 1,6 miliardi di euro in più (+38,1%). Delle operazioni condotte negli ultimi cinque anni, il 56,2% è avvenuto tramite cash (678) e il 15,8% (191) tramite scambio di azioni. Guardando alla percentuale di quote acquisite, 1.195 operazioni hanno previsto una quota d’acquisizione del pacchetto azionario superiore al 50%, di cui la prevalenza (884) con percentuali comprese tra il 51 e l’80%.
Massimiliano Parco, economista del CER
Dal punto di vista della tipologia dell’azienda target, sono state interessate 4.096 aziende non quotate (95,9%), 62 quotate (1,5%) e 115 (2,7%) delisted. In termini geografici, emerge infine un’elevata concentrazione di aziende target europee, pari a 4.020, seguite da quelle nei Paesi dell’America del Nord (97) e Asia e Oceania (74). “I risultati mostrano una ripresa del settore nel primo trimestre. La possibilità di un taglio dei tassi da parte della BCEnel corso dell’anno potrebbe in tal senso sostenere il mercato, favorendo maggiori investimenti e stimolando il credito alle imprese”, sottolinea Massimiliano Parco, economista del CER.
Guardando i settori, dal 2019 le operazioni di M&A in Italia hanno avuto prevalente natura conglomerale, con acquisizioni di aziende operanti in settori o mercati differenti rispetto a quelli dell’acquirente (66,4% del campione analizzato). Numerose sono state anche quelle di tipo verticale in cui l’acquirente mette nel mirino imprese operanti a valle o a monte della propria catena del valore (26,4%). Infine, quelle di tipo orizzontale sono state solo il 7,2%, in cui l’acquirente punta sui competitor.
La maggior concentrazione di aziende target si riscontra nel settore altri servizi (1.458 aziende, il 35,3%), seguite da macchinari (15,3%), commercio al dettaglio (7,1%), chimica (6,9%) ed elettrico (5,5%). La ricerca sottolinea poi anche che le operazioni di M&A di tipo conglomerale sono diffuse particolarmente nel settore delle telecomunicazioni (84,8%), costruzioni (78,2%), altri servizi (73%) e informazione ed editoria (72,7%). Il settore bancario presenta invece un’elevata concentrazione di operazioni di tipo orizzontale (65,9%), mentre quello assicurativo vanta il maggior numero di operazioni di tipo verticale (41,3%). Ben 11 comparti su 18 presentano però performance negative nel confronto tra il primo trimestre 2023 e quello 2024. Le aziende agricole (-2,62x), dei macchinari (-2,02x) e della metallurgia (-1,59x) registrano discrete riduzioni di valore, mentre spiccano alimentare (+0,75x), PA e difesa (+0,4x) e tessile (+1,14x) con una creazione di valore da sinergie superiore alla media.
Passando al private equity, da gennaio 2019 a marzo 2024 le operazioni sono state 544, con una tendenza negativa: dal picco di 138 di fine 2021, infatti, a fine 2023 se ne contano appena 89 (-35,5%). Fra il 2022 e il 2023, in particolare, si è registrata una contrazione del -23,3% (da 116 ad 89). In valore, invece, il calo arriva fino al -92,3% (da 61,7 miliardi a 4,8). Il dato 2022 è però viziato da due operazioni di elevato ammontare che hanno avuto ad oggetto Atlantia e Autostrade per l’Italia: al netto di queste, il valore scenderebbe a 20,7 miliardi.
I dati più recenti, comunque, mostrano una ripresa del mercato, con un deciso aumento del valore tra il primo trimestre dello scorso anno e quello del 2024 (+134%). Per quanto riguarda la tipologia delle operazioni, il 96% sono state institutional buyouts, il 2% di acquisizione del totale del pacchetto azionario, l’1% di minoranza e l’1% Ipo. Più nel dettaglio, nel periodo gennaio-marzo, 19 sono state del tipo institutional buyouts, mentre una è stata di acquisizione del 100%. In termini di risorse di capitale, le prime hanno richiesto l’investimento di 2 miliardi euro, mentre la seconda di 800 milioni.
L’interesse dei fondi si è concentrato soprattutto sul settore degli altri servizi e dei macchinari, rispettivamente con 117 e 99 aziende target coinvolte. Buone concentrazioni emergono anche nella chimica (71) e nell’alimentare (55). Il settore bancario e quello delle assicurazioni sono stati caratterizzati dal completamento di una sola operazione per ciascuno. La medaglia d’oro per importo va però alle costruzioni, per un totale complessivo di 42,4 miliardi di euro. Tuttavia, il dato è viziato ancora dalle due operazioni di Atlantia e Autostrade per l’Italia relative al 2022. Seguono i settori degli altri servizi (13,2 miliardi) e della chimica (11,9 miliardi).
Francesco Baldi, docente dell’International master in Finance di Rome Business School
Secondo gli esperti, diventa ora fondamentale che le imprese italiane siano attente alle opportunità e alle sfide presentate dalle operazioni di M&A e di private equity. “Preoccupa la crescente tendenza al delisting delle aziende oggetto di operazioni di finanza straordinaria: in poco più di 5 anni si sono verificati ben 115 delisting (2,7% del totale)”, sottolinea Francesco Baldi, docente dell’International master in Finance di Rome Business School. Sebbene ciò sia in linea con un fenomeno osservabile a livello globale, per l’esperto è però opportuno che le Borse e le Autorità regolamentari dei mercati adottino “strategie per contenerlo, facendo sì che le imprese tornino con fiducia a guardare al mercato azionario come una destinazione di lungo periodo atta a favorire i loro percorsi di crescita”.
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