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Con gli ELTIF semiliquidi che si fanno spazio sul mercato, gli alternativi diventano accessibili anche agli investitori retail. Ma insieme alle opportunità arrivano anche i rischi. Dai costi fino alle strutture complesse, ecco le criticità e perché resta fondamentale la selezione dei gestori
Pubblico e privato si avvicinano ed è una delle trasformazioni più profonde in corso nell’industria del risparmio gestito. Questi mercati non saranno più mondi separati: la loro convergenza è già in atto su più fronti e si manifesta anche nell’ampliamento della platea di investitori. Come sta avvenendo in Europa con gli ELTIF, grazie al processo di democratizzazione del loro accesso, gli asset privati non sono più un’esclusiva degli istituzionali. Le ambizioni sono elevate ma i rischi non vanno sottovalutati. Tra opportunità concrete e promesse eccessive, ecco uno sguardo ai fondi semiliquidi al di là del linguaggio promozionale.
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Le cifre della crescita
La normativa 2.0 sugli ELTIF ha fornito un quadro di maggiore flessibilità ai gestori, rimuovendo alcuni ostacoli che ne avevano frenato l’adozione: dall’investimento minimo alla quota di asset eleggibili fino ai limiti di leva. Ma la maggiore novità della riforma è stata l’introduzione dei fondi cosiddetti ‘evergreen’ o semiliquidi, che hanno durata indefinita (o comunque molto lunga) e offrono finestre sia di entrata sia di uscita predeterminate. Con queste modifiche il mercato ha ricevuto un nuovo, importante impulso di crescita. Il settore ha infatti registrato 189 nuovi prodotti autorizzati dall’entrata in vigore del pacchetto a gennaio 2024, di cui circa la metà in strutture evergreen, e oggi vede 109 società di gestione attive inclusi giganti degli investimenti alternativi come Apollo e KKR. Se l’offerta è in rapida espansione, il mercato resta comunque ancora piccolo e frammentato: Morningstar calcola circa 100 ELTIF evergreen attualmente autorizzati e masse complessive pari a circa 10 miliardi di euro a fine 2025, anche se soltanto la metà dei prodotti ha in realtà una distribuzione diffusa in tutto il continente. I dati Oltreoceano fanno ben sperare, però. Negli Stati Uniti, malgrado le recenti turbolenze che hanno colpito diversi fondi esposti al credito privato, l’universo dei semiliquidi ha preso definitivamente piede e conta oggi circa 500 miliardi di dollari di patrimonio in gestione.
Le condizioni necessarie
Ma conviene investire nei mercati privati? Le presentazioni commerciali battono spesso sugli stessi tasti: rendimenti superiori, diversificazione, democratizzazione. In realtà, questi fondi non sono adatti a tutti ed esistono almeno tre precondizioni per investirvi con successo. La prima è la pazienza. In quanto European long-term investment funds, il lungo termine è nel nome. La scarsa liquidità rappresenta una caratteristica strutturale di questi strumenti e, se i fondi semiliquidi prevedono finestre di riscatto periodiche, queste sono limitate oltreché soggette comunque a possibili restrizioni. Avere un orizzonte temporale di lungo periodo può essere un vantaggio, ma non tutti hanno la capacità finanziaria – o psicologica – di bloccare i propri risparmi per diversi anni. Secondo lo studio ‘Mind the Gap’ di Morningstar, l’iperattività degli investitori tende ad avere un costo misurabile: allarga il divario tra i loro rendimenti e quelli del fondo. L’impossibilità di effettuare transazioni può quindi, paradossalmente, rappresentare una salvaguardia comportamentale ma è comunque un vincolo significativo. C’è poi la questione del premio. Senza un rendimento incrementale che compensi l’illiquidità e la complessità di queste strategie, è lecito domandarsi se abbia senso investire nei mercati privati. Ma quantificare questo premio è complesso. E i veicoli evergreen, dovendo mantenere una componente liquida per far fronte ai riscatti che variano tipicamente dal 15% al 30% del patrimonio, sono spesso impossibilitati a catturarlo pienamente. Infine serve capacità di selezionare i gestori giusti. Negli alternativi, la dispersione dei rendimenti tra fondi è infatti…

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